martedì 16 giugno 2026

 

La segregazione razziale e lo schiavismo islamico, ieri e oggi. Di Alberto Rosselli.

Come è noto, il Corano non soltanto ammette l’esistenza della schiavitù come un fatto permanente di vita, ma addirittura detta le regole per la sua stessa pratica. D’altra parte, l’antica legge islamica riconosce di fatto l’ineguaglianza fondamentale tra gli uomini appartenenti a diverse religioni e, di conseguenza, quella tra padrone e schiavo (Corano, 16:71; 30:28). In pratica, il Corano assicura da secoli ai suoi fedeli il diritto, teorico e sostanziale, di possedere servi (per essere più precisi: di «possedere i loro colli») sia attraverso la libera contrattazione di mercato, sia come bottino di guerra (58:3). Non a caso, lo stesso Maometto ebbe dozzine di schiavi, sia maschi che femmine, che era solito utilizzare per certe mansioni o vendere. «L’acquisizione dei servi è regolata dalla legge… ed è possibile per il musulmano uccidere un infedele o metterlo in catene, assicurandosi in questo caso anche la proprietà legale dei suoi discendenti nati in cattività» (trascrizione dall’opera prima del teologo Ibn Timiyya, volume 32, pagina 89).

Mercanti musulmani di schiavi neri in Sudan (VIII Secolo d.C.).


Al contrario, nessun musulmano potrà mai detenere schiavi della sua stessa religione, «poiché quella islamica è la più nobile e superiore delle razze» (Ibn Timiyya, volume 31, pagina 380). Nel corso dei secoli il presupposto di matrice cristiana e occidentale di libertà personale quale condizione naturale e inalienabile dell’essere umano non è mai entrato a fare parte del bagaglio culturale e religioso dell’Islam: dottrina religiosa impermeabile agli influssi pre-illuministici ed illuministici. Nel mondo musulmano, infatti, il consenso divino alla pratica della schiavitù rappresenta una norma codificata e regolata al suo interno da una serie di specifiche «indicazioni» relative ai rapporti tra proprietario e servo e ai loro diritti e doveri. Anche se a ben vedere, per lo schiavo il diritto corrisponde a soli doveri, assolti i quali per costui è possibile fruire della «compassione» del padrone. La disobbedienza di un servo nei confronti del proprietario può infatti comportare gravi sanzioni e la sospensione della suddetta «compassione». Secondo l’Islam, «esistono due esseri umani le cui preghiere non saranno mai accettate, né i loro meriti riconosciuti nell’altra vita: lo schiavo che fugge e la donna che non fa felice il proprio marito» (Miskat al-Masabih, Libro I, Hadith 74). Va detto che in origine il Corano prescriveva un avvicinamento umanitario allo schiavismo, suggerendo perfino trattamenti di riguardo nei confronti degli infedeli di un Paese conquistato. Questi potevano infatti vivere all’interno della comunità musulmana come un individuo («dhimmis»), almeno finché erano in grado di pagare particolari tasse chiamate «kharaj» e «jizya». Ciononostante, con l’espandersi del dominio islamico (VIII secolo dopo Cristo), i dettami del Corano in materia di schiavismo iniziarono ad essere interpretati in maniera sempre più restrittiva e severa, sia nei confronti delle popolazioni africane animiste, sia verso i Cristiani, gli ortodossi, gli induisti e i buddisti.

Già a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo dopo Cristo, i mercanti musulmani avviarono nell’Africa sahariana e sub-equatoriale un intenso traffico di schiavi neri prelevandoli soprattutto dalle regioni corrispondenti agli attuali Mali, Senegal, Niger, Ciad Meridionale, Nigeria, Camerun, Kenya e Tanzania. Strappati alle loro terre, milioni di individui vennero trasferiti con la forza verso i grandi mercati del Marocco, della Tunisia, dell’Egitto e della Penisola Araba per essere venduti o scambiati. Pratica che andò avanti per secoli. Fino al XVII secolo, ogni anno il regno nubiano (Sudan) era obbligato ad inviare al governatore musulmano del Cairo a titolo di tributo un grosso quantitativo di schiavi neri. I Nubiani e gli Etiopi, con i loro fisici snelli e i loro nasi sottili, venivano solitamente preferiti ai più robusti e meno aggraziati Bantu o Mandingo dell’Africa Centrale e Occidentale, utilizzati per i lavori più duri e per le pratiche di guerra.

Contrariamente allo schiavismo cristiano-occidentale, che durò poco più di trecento anni (più o meno dalla metà del XVI a poco oltre la metà del XIX secolo) e che comportò la tratta di circa dodici milioni di individui africani trasferiti nelle Americhe, quello di matrice islamica andò avanti per ben millequattrocento anni (dall’VIII al XX secolo) diventando una delle attività commerciali più remunerative gestite dai mercanti musulmani, soprattutto quelli della Penisola Araba (Gedda fu uno dei mercati più importanti). Si calcola che nell’arco di quattordici secoli i mercanti musulmani abbiano messo in catene oltre cento milioni di soggetti negroidi.

Contrariamente a quanto accadde nel Nord America anglosassone dove, a partire dalla seconda metà del 1700, agli schiavi neri africani, impiegati soprattutto in agricoltura, era concesso mettere su famiglia, vivere in proprie case, coltivare piccoli appezzamenti e praticare un commercio minimo, nel mondo musulmano non accadde mai nulla di simile. I servi erano, infatti, costretti a separarsi dalle famiglie, a vivere in recinti o in tuguri e ad essere sottoposti ad umiliazioni dolorose, come ad esempio l’infibulazione per le ragazze e la castrazione per i maschi. Sebbene la legge islamica richiedesse ai proprietari di trattare umanamente i propri schiavi e a fornirgli cibo e perfino cure, i mercanti e i padroni musulmani si comportarono quasi sempre con estrema durezza. Secondo alcune consuetudini in vigore per secoli in Mauritania, in Sudan e nella Penisola Araba, i servi non avevano diritto ad alcuna proprietà e potevano sposarsi soltanto con il permesso del loro proprietario, al quale spettava tra l’altro ogni diritto sulla prole. Per la cultura islamica lo schiavo rappresentava insomma una sorta di bene mobile e da riproduzione da trattare ed utilizzare nei modi più convenienti. È interessante ricordare che la conversione dello schiavo all’Islam spesso non sortiva di fatto alcun beneficio all’individuo. Nella massa, soltanto pochi servi neri convertiti, e dotati di particolari requisiti intellettivi o fisici, potevano ambire, dopo una lunga prigionia, ad un regime di semilibertà accettando di diventare soldati, eunuchi, governanti di casa e di harem o, nel caso delle donne, amanti o prostitute.

Il primo massiccio utilizzo di schiavi neri da parte di un regno musulmano si verificò quando nel IX secolo il Califfo di Baghdad ne acquistò diverse migliaia da mercanti africani da impiegare in agricoltura. Una violenta ribellione mise tuttavia fine a questo esperimento, inducendo gli Arabi ad evitare il concentramento in un solo luogo di un numero troppo elevato di servi. Successivamente, i Califfi iniziarono ad utilizzare i neri principalmente come domestici, o, nel caso di donne o fanciulli, per i propri piaceri sessuali.

Antico Mercato degli schiavi (Yemen).

Dopo il declino arabo, la pratica della schiavitù venne mutuata dai Turchi che la esercitarono ampiamente nei Balcani, in Russia Meridionale e in certe zone del Caucaso (soprattutto nell’Armenia cristiana). Le tribù tartare della Crimea, che godevano della protezione dell’Impero Ottomano, si specializzarono nella caccia agli schiavi cristiani che poi rivendevano sul mercato di Istanbul e di altre città anatoliche. Un’altra importante fonte di schiavi «bianchi» e cristiani fu la pirateria mediterranea, esercitata soprattutto dagli Algerini che per secoli terrorizzarono le popolazioni costiere italiane.

Il traffico degli schiavi da parte dei mercanti musulmani andò avanti per secoli e bisognò attendere il 1962 per vedere l’Arabia Saudita abolire ufficialmente questa pratica, seguita nel 1982 dalla Mauritania. Anche se va comunque detto che attualmente in Arabia Saudita lavorano ancora duecentocinquantamila schiavi «de facto», cioè Cristiani africani e Cristiani filippini che in cambio di vitto, alloggio e bassa paga, vivono in una condizione di costrizione e mancanza di libertà pressoché totale. Ricordiamo anche che, sempre in Arabia Saudita, numerosi schiavi bambini importati dall’Africa vengono diffusamente impiegati – dato il loro trascurabile peso – come fantini negli ippodromi e, soprattutto, nelle gare di corsa dei dromedari e dei cammelli. Sempre ai giorni nostri, in Mauritania e in Sudan la schiavitù viene egualmente tollerata dai locali regimi islamici sostenitori, tra l’altro, di idee palesemente razziste, in senso antropologico, nei confronti dei neri. Nulla di strano in quanto – contrariamente a quanto si possa pensare – molti dotti islamici del passato, ma anche del presente, hanno sempre appoggiato con vigore tali teorie sostenendo che «un musulmano non potrà mai costringere la sua bella e giovane serva ad unirsi ad un orrendo schiavo nero, se non in caso di estrema necessità» (Ibn Hazm, volume 6, part. 9, pagina 469).

Nel 1982, la Anti-Slavery Society e nel 1990 la Africa Watch, hanno effettuato un’indagine che ha portato alla scoperta in Mauritania di una popolazione «fantasma» composta da almeno centomila schiavi e trecentomila semischiavi neri. Ma perché meravigliarsi, «in fondo anche il capo di Stato Mokhtar Ould Daddah era solito tenere in casa sua e nel palazzo presidenziali una torma di schiavi neri» (John Mercer, Rapporto della Anty-Slavery Society del 1982). Sempre secondo la Anti-Slavery Society, in Mauritania sarebbero decine di migliaia i cosiddetti «haratine» (schiavi neri) reclutati con la forza, armati ed inviati a saccheggiare i villaggi del Sud del Paese. Nel 1983, anche il governo musulmano sudanese ha emanato una serie di nuove, dure leggi discriminatorie nei confronti delle minoranze nere del Sud del Paese e nel 1992, le forze armate sono state autorizzate ad eliminare fisicamente tutti i soggetti neri «ribelli». Questa spaventosa escalation ha costretto nel 1999 l’allora vice-segretario di Stato americano per gli Affari Africani, Susan Rice, ad investigare e a redigere un rapporto per l’ONU e per la presidenza degli Stati Uniti. Sembra tuttavia che, verso la fine del Secondo Mandato Clinton tale rapporto sia stato archiviato per esplicito ordine dell’allora Presidente, poco incline a mettere il naso nelle faccende interne di un Paese potenzialmente pericoloso come il Sudan.

«Con il preciso scopo di eliminare tutta la popolazione del Sud – riferiva il rapporto Rice – il governo di Khartoum ha sottratto alla minoranza nera mezzi agricoli, sementi e bestiame, costringendola alla fame […] Oltre a ciò, nelle campagne speciali nuclei dell’esercito islamico hanno incominciato a rimodellare con la forza l’identità religiosa dei Nubiani». Ma non è tutto. «In questi ultimi cinque anni, le milizie di Khartoum hanno incarcerato e poi venduto come schiavi migliaia di neri in Arabia e in altri Emirati della penisola». Secondo le stime di Amnesty International, nel 2002 le fanciulle nubiane tra i quindici e i diciassette anni venivano vendute sul mercato internazionale degli schiavi ad un prezzo oscillante tra gli ottanta e i cento dollari. «Sembra che il prezzo di ogni singola ragazza dipenda soprattutto dal fatto che sia vergine o meno e dal colore degli occhi e della pelle». Sorte non migliore tocca ai ragazzi sotto i quattordici anni che, dopo essere stati separati con la forza dai genitori o dai parenti, finiscono anch’essi in qualche bordello o vengono avviati alle scuole coraniche per essere convertiti all’Islam (da Facing Genocide: The Nuba of Sudan, pubblicato da African Rights il 21 luglio 1995).

Proprio nel secondo semestre del 2004, l’amministrazione statunitense repubblicana e l’ONU hanno iniziato finalmente a muoversi per cercare di trovare una soluzione al dramma dei Nubiani. Problema tutt’altro che facile da risolversi. Individuare i mezzi e gli strumenti adatti per costringere il governo islamico di Khartoum ad interrompere la sua politica di segregazione e sterminio non è infatti cosa semplice. L’unica soluzione plausibile sembrerebbe quella dell’embargo o delle sanzioni economiche nei confronti del regime sudanese: opzione a doppia lama in quanto potrebbe essere trasformata da Khartoum in un alibi perfetto per fare morire di fame i Cristiani e gli animisti del Sud. D’altro canto, un intervento dei caschi blu o di contingenti armati occidentali incaricati di proteggere i Cristiani neri appare ancora meno plausibile, data l’attuale, esplosiva situazione internazionale e la preannunciata, netta opposizione da parte della quasi totalità degli Stati arabi, alcuni dei quali in questi ultimi dieci anni hanno fornito proprio a Khartoum coperture e cospicui aiuti finanziari.

Bibliografia:

Kevin Bales, I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, traduzione di Maria Nadotti, Feltrinelli, Collana Universale Economica, Saggi

Bianca Bradbury, The Undergrounders, Faber&Faber 1966, U. K. edition, Hardbound

Srdja Trikfovic Xavier, Islam e Schiavitù, University of Louisiana, New Orleans, 14 novembre 2003

John O. Hunwick, The African Diaspora in the Mediterranean Lands of Islam (Princeton Series on the Middle East), Paperback, July 2002

David Robinson, Muslim Societies in African History (New Approaches to African History) by, Martin Klein Editor, 2002

Facing Genocide: The Nuba of Sudan, published by African Rights on 21 July 1995.

 


lunedì 11 maggio 2026

 Pazzia e Potere Politico: una iattura che non discolpa il Popolo. Quando un leader dilata oltre il consentito le proprie competenze fino al delirio di onnipotenza tende spesso ad esercitare tra le masse un fascino a dir poco irresistibile. Di Alberto Rosselli.



Il rapporto tra Pazzia e Potere, un tema quanto mai attuale dal momento che, se si sfogliano i giornali di tutto il mondo, tale connubio sembra assumere frequentemente le sembianze di una regola, come anche la storia ci insegna. Effettivamente, nell’evolversi dell’umana specie e dell’esercizio del potere, la Pazzia si è spesso insediata nella mente di imperatori, sovrani e capi di Stato; o meglio, ne ha caratterizzato l’operato, pur non impedendo loro di governare, talvolta anche per lungo tempo, e con profitto, guadagnandosi addirittura il favore dei sudditi. Detto questo, si narra che un giorno Federico II di Prussia – uomo tutt’altro che folle –  abbia confidato ad un suo stretto collaboratore: “se i miei soldati cominciassero a ragionare, nessuno di loro sarebbe disposto a rimanermi fedele”: affermazione esemplare di come, nel corso della storia, taluni grandi leader abbiano cercato di nascondere la propria autentica immagine – spesso non commendevole – nel timore di essere disapprovati ed abbandonati dai loro fedeli, disposti – in virtù del carisma del capo – a seguirli ciecamente in imprese spesso folli, o apparentemente tali, e comunque non facilmente giustificabili dal punto di vista razionale. La considerazione del sovrano prussiano ci porta anche ad analizzare una sorta di insensatezza e sudditanza psicologica insita da sempre nelle masse: una insanità mista a pigrizia mentale, figlia dell’ignoranza e della disabitudine alla libertà, al ragionamento e all’esercizio critico. D’altronde anche un capo di Stato incapace, non necessariamente alienato, nella fase in cui dilata oltre il consentito le sue competenze, tende sempre ad esercitare un fascino irresistibile. Le masse, che ne percepiscono soltanto il carisma, sono indotte ad adorarlo e a seguirlo in qualsiasi avventura, anche la più demenziale, per poi magari rinnegarlo in caso di fallimento.

 

Nel suo libro “Le malattie del potere”, lo psichiatra Hugh Freeman afferma che l’esercizio del potere necessita frequentemente di una buona dose di follia o addirittura di un grave handicap psichico a carico del leader: fatto scientificamente dimostrabile. Ci riferiamo, nello specifico, all’esperimento compiuto dal fisiologo Erich Walther von Holst (1908–1962), il quale tolse ad un pesciolino appartenente alla specie dei cabacelli la parte anteriore del cervello, dove sono situate tutte le funzioni sociali. Il risultato del curioso esperimento fu descritto in seguito dall’etologo e zoologo Konrad Zacharias Lorenz (1903–1989): “il ‘cabacello’ privo di materia grigia anteriore si stacca dal gruppo e nuota, da solo, in una direzione diversa, che non è detto sia quella giusta… potrebbe, infatti, non esserci cibo o, peggio, potrebbe nascondervisi un predatore in agguato. Ciononostante, il cabacello ‘cerebroleso’ tende a voltarsi e a guardare cosa fa il branco… E solo se gli altri, convinti della sua scelta, lo seguono in numero cospicuo, questi, confortato, prosegue. altrimenti si rifugia nel mucchio”. Ciò dimostrerebbe due cose: primo, che, proprio in ragione della sua menomazione, il pesciolino senza testa tende a trasformarsi nel capo indiscusso di un branco acritico; secondo, che consequenzialmente né i potenti né le masse possono vantare il dono di un intelletto integro e indipendente. Lo psicologo Arno Gruen afferma poi che “chi si è votato al potere non avvicina mai i suoi simili su un piede di parità quantunque a voce dichiari il contrario”. Per Gruen, i rapporti con gli altri vengono definiti soltanto in termini di potere o di debolezza, ragion per cui chi detiene il comando deve accumulare più forza possibile “per diventare invulnerabile e dimostrarsi tale”. Ma sentiamo anche il parere del gentil sesso.

La scrittrice e storica Barbara Wertheim Tuchman (1912–1989), nel suo libro sui conflitti umani ‘La marcia della follia. Dalla guerra di Troia al Vietnam‘, annotò: “la follia è figlia del potere. Noi tutti sappiamo che il potere corrompe. Siamo meno coscienti del fatto che esso genera pure follia; che il potere di decidere spesso provoca la latitanza della riflessione”. La saggezza sarebbe quindi è secondo il filosofo e politico spagnolo Juan Donoso Cortés (1809–1853) “l’esercizio di una capacità di giudizio fondato sull’esperienza e sul buon senso (…) I despoti per natura sono “governati dall’irrazionalità”. La storia insegna che spesso i potenti, sia quelli forsennati che quelli più semplicemente sciocchi, si dimenticano del sotterraneo, subdolo palpitare acritico, ma sempre interessato, della massa, illudendosi di vivere in uno stato di invulnerabilità, fino a quando la massa che essi hanno lungamente e duramente soggiogato, e che per lungo tempo è apparsa adorante, d’un tratto si risveglia, rivoltandosi al capo con altrettanta, spesso irrazionale, violenza e follia, ponendo fine ad un ‘regime’, per poi, magari, contribuire ad instaurarne un altro, non meno forsennato, e non meno sciocco. La vittoria del capo folle e dell’altrettanto folle popolo è un fatto forse naturale e ineluttabile. “L’umanità è infatti cieca, ed essa vaga in un labirinto di cui nessuno conosce l’entrata, l’uscita e la struttura. E questo è ciò che noi chiamiamo storia”. A nostro parere l’argomento andrebbe ulteriormente approfondito, anche se sulla definizione di ‘Storia’ data dalla Tuchman ci sarebbe molto da ridire.

Immagine: Re Giorgio III con gli abiti dell'incoronazione di Allan Ramsay, 1765, Art Gallery of South Australia. Nel suo caso la 'pazzia' era dovuta alla porfiria.