lunedì 11 maggio 2026

 Pazzia e Potere Politico: una iattura che non discolpa il Popolo. Quando un leader dilata oltre il consentito le proprie competenze fino al delirio di onnipotenza tende spesso ad esercitare tra le masse un fascino a dir poco irresistibile. Di Alberto Rosselli.



Il rapporto tra Pazzia e Potere, un tema quanto mai attuale dal momento che, se si sfogliano i giornali di tutto il mondo, tale connubio sembra assumere frequentemente le sembianze di una regola, come anche la storia ci insegna. Effettivamente, nell’evolversi dell’umana specie e dell’esercizio del potere, la Pazzia si è spesso insediata nella mente di imperatori, sovrani e capi di Stato; o meglio, ne ha caratterizzato l’operato, pur non impedendo loro di governare, talvolta anche per lungo tempo, e con profitto, guadagnandosi addirittura il favore dei sudditi. Detto questo, si narra che un giorno Federico II di Prussia – uomo tutt’altro che folle –  abbia confidato ad un suo stretto collaboratore: “se i miei soldati cominciassero a ragionare, nessuno di loro sarebbe disposto a rimanermi fedele”: affermazione esemplare di come, nel corso della storia, taluni grandi leader abbiano cercato di nascondere la propria autentica immagine – spesso non commendevole – nel timore di essere disapprovati ed abbandonati dai loro fedeli, disposti – in virtù del carisma del capo – a seguirli ciecamente in imprese spesso folli, o apparentemente tali, e comunque non facilmente giustificabili dal punto di vista razionale. La considerazione del sovrano prussiano ci porta anche ad analizzare una sorta di insensatezza e sudditanza psicologica insita da sempre nelle masse: una insanità mista a pigrizia mentale, figlia dell’ignoranza e della disabitudine alla libertà, al ragionamento e all’esercizio critico. D’altronde anche un capo di Stato incapace, non necessariamente alienato, nella fase in cui dilata oltre il consentito le sue competenze, tende sempre ad esercitare un fascino irresistibile. Le masse, che ne percepiscono soltanto il carisma, sono indotte ad adorarlo e a seguirlo in qualsiasi avventura, anche la più demenziale, per poi magari rinnegarlo in caso di fallimento.

 

Nel suo libro “Le malattie del potere”, lo psichiatra Hugh Freeman afferma che l’esercizio del potere necessita frequentemente di una buona dose di follia o addirittura di un grave handicap psichico a carico del leader: fatto scientificamente dimostrabile. Ci riferiamo, nello specifico, all’esperimento compiuto dal fisiologo Erich Walther von Holst (1908–1962), il quale tolse ad un pesciolino appartenente alla specie dei cabacelli la parte anteriore del cervello, dove sono situate tutte le funzioni sociali. Il risultato del curioso esperimento fu descritto in seguito dall’etologo e zoologo Konrad Zacharias Lorenz (1903–1989): “il ‘cabacello’ privo di materia grigia anteriore si stacca dal gruppo e nuota, da solo, in una direzione diversa, che non è detto sia quella giusta… potrebbe, infatti, non esserci cibo o, peggio, potrebbe nascondervisi un predatore in agguato. Ciononostante, il cabacello ‘cerebroleso’ tende a voltarsi e a guardare cosa fa il branco… E solo se gli altri, convinti della sua scelta, lo seguono in numero cospicuo, questi, confortato, prosegue. altrimenti si rifugia nel mucchio”. Ciò dimostrerebbe due cose: primo, che, proprio in ragione della sua menomazione, il pesciolino senza testa tende a trasformarsi nel capo indiscusso di un branco acritico; secondo, che consequenzialmente né i potenti né le masse possono vantare il dono di un intelletto integro e indipendente. Lo psicologo Arno Gruen afferma poi che “chi si è votato al potere non avvicina mai i suoi simili su un piede di parità quantunque a voce dichiari il contrario”. Per Gruen, i rapporti con gli altri vengono definiti soltanto in termini di potere o di debolezza, ragion per cui chi detiene il comando deve accumulare più forza possibile “per diventare invulnerabile e dimostrarsi tale”. Ma sentiamo anche il parere del gentil sesso.

La scrittrice e storica Barbara Wertheim Tuchman (1912–1989), nel suo libro sui conflitti umani ‘La marcia della follia. Dalla guerra di Troia al Vietnam‘, annotò: “la follia è figlia del potere. Noi tutti sappiamo che il potere corrompe. Siamo meno coscienti del fatto che esso genera pure follia; che il potere di decidere spesso provoca la latitanza della riflessione”. La saggezza sarebbe quindi è secondo il filosofo e politico spagnolo Juan Donoso Cortés (1809–1853) “l’esercizio di una capacità di giudizio fondato sull’esperienza e sul buon senso (…) I despoti per natura sono “governati dall’irrazionalità”. La storia insegna che spesso i potenti, sia quelli forsennati che quelli più semplicemente sciocchi, si dimenticano del sotterraneo, subdolo palpitare acritico, ma sempre interessato, della massa, illudendosi di vivere in uno stato di invulnerabilità, fino a quando la massa che essi hanno lungamente e duramente soggiogato, e che per lungo tempo è apparsa adorante, d’un tratto si risveglia, rivoltandosi al capo con altrettanta, spesso irrazionale, violenza e follia, ponendo fine ad un ‘regime’, per poi, magari, contribuire ad instaurarne un altro, non meno forsennato, e non meno sciocco. La vittoria del capo folle e dell’altrettanto folle popolo è un fatto forse naturale e ineluttabile. “L’umanità è infatti cieca, ed essa vaga in un labirinto di cui nessuno conosce l’entrata, l’uscita e la struttura. E questo è ciò che noi chiamiamo storia”. A nostro parere l’argomento andrebbe ulteriormente approfondito, anche se sulla definizione di ‘Storia’ data dalla Tuchman ci sarebbe molto da ridire.

Immagine: Re Giorgio III con gli abiti dell'incoronazione di Allan Ramsay, 1765, Art Gallery of South Australia. Nel suo caso la 'pazzia' era dovuta alla porfiria.


martedì 17 marzo 2026

Libri


 

Tra fine del XIX secolo e il Primo Conflitto Mondiale, Persia e Afghanistan – territori già in parte controllati, da Impero Russo e Impero Britannico - divennero l’obiettivo militare, geostrategico ed economico di Germania e Turchia: realtà statuali (la seconda, in fase di declino) proiettate alla riscoperta, alla conquista e allo sfruttamento di questi due antichi Paesi, uniti dalla fede musulmana, ma divisi tra fra famiglia sciita e famiglia sunnita: nazioni dissimili in quanto a forma di governo, e al loro interno non omogenee poiché molto frammentate sotto il profilo etnico e culturale.  L’obiettivo di questo breve testo non è però quello di analizzare e raccontare accademicamente la genesi storica di Persia e Afghanistan, ma quello di narrare una straordinaria impresa esplorativa portata a compimento, tra il 1914 e il 1916, da un manipolo di militari e civili tedeschi e austriaci che, inviato dai rispettivi governi proprio in Persia e Afghanistan, alla ricerca di alleanze anti britanniche e anti russe, e di tesori, molti dei quali ancora nascosti, ed altri no, come ad esempio il nuovo ‘oro nero’ scoperto in Persia nel 1907.

Se da una parte, Berlino e Costantinopoli si mossero in tal senso sulla spinta delle sopracitate impellenti necessità geostrategiche, coloro i quali parteciparono a quelle ardite esplorazioni nell’Asia di Mezzo (tutti uomini di grande preparazione umanistica e scientifica), furono anche mossi da squisite ambizioni culturali, pur rimanendo fedeli alle molteplici missioni militari e diplomatiche ad essi affidate: missioni che, almeno in parte, riuscirono a portare a compimento. Questi uomini, assai poco noti al grande pubblico dei Lettori, dimostrarono doti decisamente fuori dal comune e non certo inferiori a quelle dimostrate ( con maggiore fortuna), più o meno nello stesso periodo storico, da un altro grande e celebrato, forse a dismisura, esploratore combattente e diplomatico: Thomas Edward Lawrence, ufficiale inglese che, tra il 1916 e il 1918, operò i Arabia e Medio Oriente riuscendo nell’intento di sollevare le tribù beduine dell’Hegiaz contro gli Ottomani. Ma se sulle gesta di un Lawrence sono stati versati fiumi di inchiostro, ben meno ne è stato concesso, almeno in Italia, ad un Oppenheim, a Wilhelm Wassmuss, a un Fritz Klein, a un Werner Hentig o a un Oskar Niedermayer, tanto per citare soltanto alcuni degli esploratori austro tedeschi che vennero impegnati in Persia e Afghanistan.

Questo testo prova, sinteticamente, a rendere noto ad un pubblico più vasto, le molteplici ed eroiche vicissitudini, di un pugno di giovani indomiti, ma sfortunati che, con le loro incredibili gesta, giunsero quasi a ribaltare le sorti del Primo Conflitto Mondiale. Il tutto in silenzio, come i deserti assolati e popolati da tribù ostili dell’altopiano iranico e gli aspri ed alti bastioni di pietra afghani che dovettero affrontare. Questo è lo scopo del nostro narrare. Storie di combattimenti e sofferenze inaudite, ma soprattutto storie di uomini inghiottiti, per loro stessa volontà, in un vasto, multiforme contenitore geografico, etnico, linguistico e culturale dal passato glorioso. Lande desolate, abbaglianti, che stanno un po’ a cavallo tra il razionale e il leggendario. Spazi, quelli dell’Asia di Mezzo, che sembrano indicare più luoghi dell’anima e del ricordo, che non terre banalmente vere. Onore, dunque, a chi ha osato attraversare ed esplorarle quel mondo, sconvolto anch’esso da guerre ed invasioni, con determinazione frammista a profondo senso del dovere.