Pazzia e Potere Politico: una iattura che non discolpa il Popolo. Quando un leader dilata oltre il consentito le proprie competenze fino al delirio di onnipotenza tende spesso ad esercitare tra le masse un fascino a dir poco irresistibile. Di Alberto Rosselli.
Il rapporto tra Pazzia e Potere, un tema quanto mai attuale dal momento che, se si sfogliano i giornali di tutto il mondo, tale connubio sembra assumere frequentemente le sembianze di una regola, come anche la storia ci insegna. Effettivamente, nell’evolversi dell’umana specie e dell’esercizio del potere, la Pazzia si è spesso insediata nella mente di imperatori, sovrani e capi di Stato; o meglio, ne ha caratterizzato l’operato, pur non impedendo loro di governare, talvolta anche per lungo tempo, e con profitto, guadagnandosi addirittura il favore dei sudditi. Detto questo, si narra che un giorno Federico II di Prussia – uomo tutt’altro che folle – abbia confidato ad un suo stretto collaboratore: “se i miei soldati cominciassero a ragionare, nessuno di loro sarebbe disposto a rimanermi fedele”: affermazione esemplare di come, nel corso della storia, taluni grandi leader abbiano cercato di nascondere la propria autentica immagine – spesso non commendevole – nel timore di essere disapprovati ed abbandonati dai loro fedeli, disposti – in virtù del carisma del capo – a seguirli ciecamente in imprese spesso folli, o apparentemente tali, e comunque non facilmente giustificabili dal punto di vista razionale. La considerazione del sovrano prussiano ci porta anche ad analizzare una sorta di insensatezza e sudditanza psicologica insita da sempre nelle masse: una insanità mista a pigrizia mentale, figlia dell’ignoranza e della disabitudine alla libertà, al ragionamento e all’esercizio critico. D’altronde anche un capo di Stato incapace, non necessariamente alienato, nella fase in cui dilata oltre il consentito le sue competenze, tende sempre ad esercitare un fascino irresistibile. Le masse, che ne percepiscono soltanto il carisma, sono indotte ad adorarlo e a seguirlo in qualsiasi avventura, anche la più demenziale, per poi magari rinnegarlo in caso di fallimento.
Nel suo libro “Le malattie del potere”, lo psichiatra Hugh Freeman
afferma che l’esercizio del potere necessita frequentemente di una buona dose
di follia o addirittura di un grave handicap psichico a carico del leader:
fatto scientificamente dimostrabile. Ci riferiamo, nello specifico, all’esperimento
compiuto dal fisiologo Erich Walther von Holst (1908–1962), il quale tolse ad
un pesciolino appartenente alla specie dei cabacelli la parte anteriore del
cervello, dove sono situate tutte le funzioni sociali. Il risultato del curioso
esperimento fu descritto in seguito dall’etologo e zoologo Konrad Zacharias
Lorenz (1903–1989): “il ‘cabacello’ privo di materia grigia
anteriore si stacca dal gruppo e nuota, da solo, in una direzione diversa, che
non è detto sia quella giusta… potrebbe, infatti, non esserci cibo o, peggio,
potrebbe nascondervisi un predatore in agguato. Ciononostante, il cabacello ‘cerebroleso’ tende a voltarsi e a guardare cosa fa il branco… E
solo se gli altri, convinti della sua scelta, lo seguono in numero cospicuo,
questi, confortato, prosegue. altrimenti si rifugia nel mucchio”.
Ciò dimostrerebbe due cose: primo, che, proprio in ragione della sua
menomazione, il pesciolino senza testa tende a trasformarsi nel capo indiscusso
di un branco acritico; secondo, che consequenzialmente né i potenti né le masse
possono vantare il dono di un intelletto integro e indipendente. Lo psicologo
Arno Gruen afferma poi che “chi si è votato al potere non
avvicina mai i suoi simili su un piede di parità quantunque a voce dichiari il
contrario”. Per Gruen, i rapporti con gli altri vengono definiti
soltanto in termini di potere o di debolezza, ragion per cui chi detiene il
comando deve accumulare più forza possibile “per diventare invulnerabile e
dimostrarsi tale”. Ma sentiamo anche il parere del gentil sesso.
La scrittrice e storica Barbara
Wertheim Tuchman (1912–1989), nel suo libro sui conflitti umani ‘La marcia della follia. Dalla guerra di Troia al Vietnam‘,
annotò: “la follia è figlia del potere. Noi tutti sappiamo che il potere
corrompe. Siamo meno coscienti del fatto che esso genera pure follia; che il
potere di decidere spesso provoca la latitanza della riflessione”.
La saggezza sarebbe quindi è secondo il filosofo e politico spagnolo Juan
Donoso Cortés (1809–1853) “l’esercizio di una capacità di
giudizio fondato sull’esperienza e sul buon senso (…) I despoti per natura sono
“governati dall’irrazionalità”. La storia insegna che spesso i potenti, sia
quelli forsennati che quelli più semplicemente sciocchi, si dimenticano del
sotterraneo, subdolo palpitare acritico, ma sempre interessato, della massa,
illudendosi di vivere in uno stato di invulnerabilità, fino a quando la massa
che essi hanno lungamente e duramente soggiogato, e che per lungo tempo è
apparsa adorante, d’un tratto si risveglia, rivoltandosi al capo con
altrettanta, spesso irrazionale, violenza e follia, ponendo fine ad un
‘regime’, per poi, magari, contribuire ad instaurarne un altro, non meno
forsennato, e non meno sciocco. La vittoria del capo folle e dell’altrettanto
folle popolo è un fatto forse naturale e ineluttabile. “L’umanità è infatti
cieca, ed essa vaga in un labirinto di cui nessuno conosce l’entrata, l’uscita
e la struttura. E questo è ciò che noi chiamiamo storia”. A nostro
parere l’argomento andrebbe ulteriormente approfondito, anche se sulla
definizione di ‘Storia’ data dalla Tuchman ci sarebbe molto da ridire.
Immagine: Re Giorgio III con gli
abiti dell'incoronazione di Allan Ramsay, 1765, Art Gallery of South Australia.
Nel suo caso la 'pazzia' era dovuta alla porfiria.

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