venerdì 19 luglio 2019

Chi si occupa (o fa finta di occuparsi) dei molti drammi dell'Umanità (da sempre presenti nella Storia), spesso, e curiosamente, non ha mai tempo per occuparsi delle disgrazie di chi gli è vicino. Di Alberto Rosselli.

Alberto Rosselli ospite della trasmissione 'Otto e Mezzo'.


Chi si occupa (o fa finta di occuparsi) dei molti drammi dell'Umanità (da sempre presenti nella Storia), spesso, e curiosamente, non ha mai tempo per occuparsi delle disgrazie di chi gli è vicino. Sono solito chiamare questa ipocrita sindrome quale pulsione 'esotico-emotiva della distanza'. Più il dramma è lontano e vago, più è facile essere solidali con disgraziati che manco conosci, proprio in ragione stessa della lontananza che, per forza di cose, tralascia i fatti concreti per dare spazio ai ben più teorici, banali, gratuiti e 'buoni' proponimenti. Così tutti dormono con il cuore in pace, autoconvinti della loro presunta solidarietà. E del loro grande impegno socio-sentimentale.

Alberto Rosselli

Storie poco note. 'La politica filo-semita del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale'. Di Alberto Rosselli.

Rabbino giapponese.


LA POLITICA FILO SEMITA DEL GIAPPONE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE LA POLITICA FILO SEMITA DEL GIAPPONE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE.

Di Alberto Rosselli

La presenza in Giappone di immigrati di origine israelitica risale ad un periodo relativamente recente, cioè alla seconda metà del XIX secolo. I primi ebrei a mettere piede sul suolo nipponico furono infatti alcuni marinai facenti parte della spedizione navale statunitense del 1853 al comando del commodoro Matthew Perry, inviata dal governo di Washington per costringere i giapponesi ad aprire i loro porti al commercio occidentale. Si dovette comunque attendere il 1861 per avere notizie del primo emigrante ebreo, l’americano Alexander Marks, stabilitosi a Yokohama. Avviata una florida attività commerciale, Marks convinse una cinquantina tra famiglie ebraiche statunitensi, inglesi e polacche a trasferirsi prima a Yokohama e poi a Kobe dove, verso la fine del XIX secolo, sorse una primo nucleo seguito poco dopo da un secondo, formato da israeliti a maggioranza sefardita, ed un terzo, a Nagasaki, a componente askenazita russo-slava.. Tra il 1865 e il 1900, la comunità crebbe per forza economica ed influenza politica, contribuendo non poco alla modernizzazione del paese. Risale però al 1904, e non in Giappone bensì a Londra, il primo incontro ufficiale tra autorità nipponiche ed esponenti della grande famiglia ebraica internazionale. A quel tempo, trovandosi in guerra con la Russia zarista, Tokyo aveva inviato nella capitale inglese il governatore della Banca Centrale con lo scopo di ottenere i prestiti necessari allo sforzo bellico. Durante la sua permanenza a Londra, il rappresentante non riuscì però ad ottenere alcun aiuto, ma in compenso ebbe l’occasione di conoscere il famoso banchiere ebreo americano di origine russa Jacob Schiff, la cui avversione nei confronti dei suoi compatrioti cristiano-ortodossi – promotori di frequenti e sanguinosi pogrom – era a dire poco marcata. Schiff offrì al Giappone oltre 200 milioni di sterline, cifra colossale che consentì ai nipponici di saldare con rapidità una buona parte delle forniture militari ordinate in Europa. Dopo la positiva conclusione del conflitto, le autorità del Sol Levante invitarono Jacob Schiff a Tokyo, riservandogli un’accoglienza trionfale ed incoraggiando al tempo stesso l’afflusso di nuovi emigranti semiti. Di lì a poco si trasferirono in Giappone alcune centinaia di ebrei, tra i quali il musicista berlinese Joseph Rosenstock che nel 1936 assunse la direzione dell’Orchestra Filarmonica di Tokyo, e l’inglese Arthur Waley che divenne il più importante traduttore di testi di letteratura giapponese e cinese. Sempre nella seconda metà degli anni ’30, altri ebrei si stabilirono nella Cina occupata dai nipponici, in particolare nell’area di Shanghai, Hankow e di Harbin dove per altro esistevano già antichissime comunità composte da elementi giunti dal Medioriente in epoca romana.
Pur facendo parte dell’Asse, tra il 1935 e il 1945 il Giappone riuscì sempre ad eludere i tentativi tedeschi di introdurre nel Paese misure legislative anti-ebraiche. E nel 1938 alcuni membri dell’esecutivo arrivarono ad ipotizzare la costituzione in Manciuria (paese vassallo del Sol Levante) di un piccolo stato autonomo ebraico, non riuscendo tuttavia a tradurlo in realtà. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale si venne a sapere che nel 1940 i vertici dell’intelligence di Tokyo avevano proposto di avvicinare i leader della potente lobby ebraica statunitense per convincerli a fare pressioni su Washington affinché gli Stati Uniti lasciassero al Giappone mano libera in Asia. Questo piano segreto, chiamato in codice “Progetto Fugu”, non conobbe però alcuno sviluppo concreto.
A proposito dei non facili rapporti intercorsi, tra il 1939 e il 1945, tra Giappone e Germania – potenze che pur essendo legate da un patto di mutua assistenza economico-militare, durante la guerra rimasero su posizioni piuttosto distanti per quanto concerneva le strategie da attuare – va ricordato un episodio decisamente singolare. Alla fine di luglio del 1940, il console generale del Giappone a Kovno (nella Lituania appena occupata dai sovietici con l’assenso della Germania), Senpo Sugihara, offrì il proprio aiuto ai capi della locale comunità ebraica per farli fuggire in Svezia e poi in Giappone. Pur non avendo ottenuto da Tokyo alcun assenso ufficiale a tale iniziativa, l’11 agosto il console iniziò a rilasciare visti di transito giapponesi a tutti gli ebrei lituani che ne avessero fatto richiesta. Tuttavia, il 20 agosto – dietro pressioni di Stalin – l’attività clandestina di Sugihara venne bloccata dallo stesso ministero degli Esteri giapponese che, pochi giorni più tardi, predispose addirittura la chiusura del consolato e il ritiro di Sugihara. Subodorando la fine, questi continuò egualmente a firmare visti di espatrio, riuscendo entro il 31 agosto 1940 a mettere in salvo in Svezia ben 3.500 ebrei lituani. Sugihara venne poi destituito e quando dopo la guerra un giornalista americano lo intervistò chiedendogli perché avesse agito in quel modo, egli si limitò a rispondere con una massima del Bushido: “Anche ad un cacciatore non è consentito di uccidere un uccello che vola da lui per trovare rifugio”.
Ma il caso Sugihara non fu l’unico. Nel 1943, Mitsugi Shibata, vice-console giapponese a Shanghai, si adoperò per evitare che il rappresentante locale della Gestapo, Joseph Meisinger, inviato in Cina per ripulire il paese dagli israeliti, si attivasse per catturare ed eliminare i ben 18.000 ebrei che vivevano a quel tempo nella città. Meisinger giunse a Shanghai a bordo di un U-Boat oceanico tedesco tipo ‘Monsun’ proveniente dalla Francia, portando con sé diverse bombole di gas venefico utilizzato nei lager nazisti (materiale che, nel 1945, verrà ritrovato in un deposito nipponico a Pootung). Pochi giorni dopo il suo arrivo, Meisinger incontrò alcuni alti ufficiali del Kempetai (la polizia segreta nipponica) ai quali propose di radunare tutti gli ebrei tedeschi, austriaci e polacchi presenti in Giappone e in Cina in un campo di sterminio da allestire su una delle isole dello Yang Tse. Nei suoi diari, Shibata riferì che da quel momento il Kempetai iniziò ad applicare norme restrittive agli ebrei presenti in territorio cinese occupato. Dopo la guerra, la maggior parte degli ebrei di Shanghai e di Hankow emigrerà in Israele, Stati Uniti, Canada, Australia e Sud America per evitare le persecuzioni anti religiose del nuovo regime comunista di Mao.
Ma torniamo a Shibata. Egli cercò di avvertire i membri della comunità ebraica, venendo però scoperto dall’ambasciata tedesca che protestò vigorosamente, costringendo il governo nipponico a sospendere Shibata dal suo incarico. A parte l’episodio di Shanghai e di Hankow (dove i nipponici rinchiusero i membri della locale comunità nel ghetto di Hongkew) tra il 1940 e il 1945, sul territorio nazionale il governo di Tokyo non perseguitò mai gli ebrei, limitandosi a chiudere momentaneamente alcune scuole di musica da questi gestite. D’altra parte, molto tempo prima (il 21 dicembre 1940) il ministro degli Esteri Matsuoka Yosuke aveva dichiarato ai capi della comunità semita di Kobe “di non essere assolutamente intenzionato ad assecondare in alcun modo la politica discriminatoria nazista”. Ma non è tutto. Sempre durante la Seconda Guerra Mondiale, Setsuzo Kotsuji, uomo di cultura e funzionario del ministero degli Esteri, sostenne con vigore i diritti degli immigrati. E nel 1946, pur rimanendo fedele allo scintoismo, egli prese il nome di Abramo, trasferendosi poi a Gerusalemme dove morì, trovando posto nel Giardino dei Giusti.

giovedì 18 luglio 2019

Comunicato stampa: Un nuovo libro sulla minaccia della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista. Di Centro Alti Studi “Averroé”.



Comunicato stampa:

La minaccia della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista non riguarda solo il Medio Oriente e i Paesi a maggioranza islamica. Nel corso degli ultimi decenni, le organizzazioni e gli esponenti legati ai Fratelli Musulmani hanno infatti accresciuto la propria influenza anche in Europa, grazie al sostegno finanziario e politico del Qatar degli emiri Al Thani e della Turchia di Erdogan. Con il volume “Qatar e Fratelli Musulmani. Dal Medio Oriente alla conquista dell’Occidente” (Ad Maiora 2019), il Centro Alti Studi “Averroé” intende diffondere una maggiore consapevolezza nell’opinione pubblica e negli addetti ai lavori del pericolo rappresentato dal fondamentalismo dei Fratelli Musulmani anche al di fuori del mondo arabo e islamico.
Centro Alti Studi Averroé, esce il nuovo libro su Qatar e Fratelli Musulmani


ORIGINI E SVILUPPO DELLA MINACCIA RAPPRESENTATA DALL’ALLEANZA ISLAMISTA
Con prefazione di Salvatore Sfrecola, già Magistrato della Corte dei Conti, la pubblicazione si apre con un saggio della Presidente del Centro Alti Studi “Averroé”, On. Souad Sbai, e prosegue con articoli di analisi realizzati da accademici, esperti e giornalisti (Adriano Segatori, Francesca Musacchio, Davide Racca, Gianpiero Spinelli, Stefano Amodio, Alberto Rosselli). Da diverse angolature, gli autori ripercorrono le origini e descrivono lo sviluppo della minaccia rappresentata dall’alleanza islamista, offrendo una nuova testimonianza sulla realtà dei suoi disegni espansionistici, che riguardano tanto il Medio Oriente quanto l’Occidente, Italia compresa.

martedì 16 luglio 2019

Solidali con chi è distante e non si conosce, refrattari con il fratello bisognoso della porta accanto. Questa è la filosofia dei 'terzomondisti'. Di Alberto Rosselli.

Nella foto, Laura Boldrini


Chi si occupa (o fa finta di occuparsi) dei molti drammi dell'Umanità (da sempre presenti nella Storia), spesso, e curiosamente, non ha mai tempo per occuparsi delle disgrazie di chi gli è vicino. Sono solito chiamare questa ipocrita sindrome quale pulsione 'esotico-emotiva della distanza'. Più il dramma è lontano e vago, più è facile essere solidali con disgraziati che manco conosci, proprio in ragione stessa della lontananza che, per forza di cose, tralascia i fatti concreti per dare spazio ai ben più teorici, banali, gratuiti e 'buoni' proponimenti. Così tutti dormono con il cuore in pace (soprattutto Laura Boldrini) autoconvinti della loro presunta solidarietà. E del loro grande impegno socio-sentimentale.

Alberto Bebe Rosselli

venerdì 12 luglio 2019

Grecia, 1948. Quando i partigiani comunisti greci deportarono migliaia di bambini nell'Est Europa per 'educarli' al credo marxista. Di Alberto Rosselli.


Bambine greche cristiane, già rapite, ma poi salvate dalla Croce Rossa.


Grecia, 1948. Quando i partigiani comunisti greci deportarono migliaia di bambini nell'Est Europa per 'educarli' al credo marxista.


Durante la terza fase della Guerra Civile, i comunisti avviarono una vasta campagna di sequestri ai danni di bambini e ragazzi greci, in modo da sottrarre al governo linfa vitale (anche se i capi marxisti sostennero sempre – anche dopo la fine della Guerra Civile - che tale pratica venne adottata per “porre in salvo la gioventù greca, allontanandola dai luoghi di combattimento”). Nelle regioni poste sotto il loro controllo, i comunisti non ebbero difficoltà nel censire e nell’individuare e sottrarre i fanciulli alla famiglie. Essi erano infatti in possesso dei registri di natalità di tutte le città e i villaggi.
Nel marzo 1948, i primi 2.000 ragazzini sequestrati vennero trasferiti al nord e poi espatriati in Albania, Bulgaria e Iugoslavia. Gli abitanti dei villaggi che tentarono di proteggere i fanciulli nascondendoli nei boschi, finirono fucilati o impiccati. Messa al corrente del piano comunista, la Croce Rossa cercò di muoversi, ma a fronte degli enormi ostacoli trovati sul suo cammino, non riuscì a fare nulla, tranne redigere, con l’aiuto delle autorità governative e grazie alle centinaia di testimonianze dei famigliari dei sequestrati, un censimento che, dopo una serie di aggiornamenti, portò, a stabilire che i bambini sequestrati e fatti espatriare forzosamente ammontavano, alla fine del 1948, a 28.296 (talune fonti fanno lievitare la cifra ad oltre 30.000) unità di età compresa tra i tre e i 14 anni. Questa massa di piccoli disperati venne suddivisa per sesso e poi rinchiusa in appositi “centri di rieducazione socialista”. Secondo i dati della Croce Rossa, 18.500 bambini finirono distribuiti in 17 campi bulgari e il resto in 11 campi romeni, altrettanti ungheresi, diciotto cecoslovacchi, tre polacchi, cinque albanesi e della Germania Orientale e 15 iugoslavi (dove ne furono segregati dai 9.500 agli 11.600). Più dettagliatamente, sembra che nel 1950, cinquemila 132 bimbi risultassero presenti in Romania, quattromila 148 in Cecoslovacchia, tremila 590 in Polonia, duemila 859 in Ungheria e 2.660 in Bulgaria.
Va inoltre precisato che i frequenti sequestri di fanciulli portati a compimento dai guerriglieri comunisti greci rientravano nell’ambito di una strategia di tipo geopolitico. Forti del consenso di  Tito e di quello di Stalin,  le bande marxiste del nord agirono in questo modo per cercare di separare la Macedonia greca dal resto dello stato ellenico, per poi trasformarla in una repubblica socialista indipendente. Non a caso ai bambini di razza macedone residenti in Grecia che furono rapiti venne affibbiato l’appellativo di Detsa Begaltsi  (bambini sfollati). Detto questo, va ricordato che a molti altri bimbi greci non di origini macedoni trasferiti in Bulgaria o Iugoslavia fu poi fatto loro credere di vantare egualmente origini macedoni. Nell’estate del 1948, quando la rottura tra il leader Tito e il Cominform divenne una realtà, il dittatore iugoslavo volle sganciarsi da ogni responsabilità e di conseguenza 11.600 bambini reclusi nelle “case del Popolo” iugoslave vennero spediti in Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Polonia. E tutto ciò nonostante le ripetute, vane proteste del governo greco.
Il 17 novembre 1948, la Terza Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò una risoluzione (la n. 193) che condannò senza mezzi termini l’operato dei partigiani comunisti ellenici, e nel novembre dell’anno successivo, l’ONU richiese inutilmente (con la risoluzione n. 288) agli Stati comunisti di riconsegnare alla Grecia tutti i bambini sequestrati. Ma i governi di Praga, Budapest, Bucarest e Varsavia negarono la restituzione affermando in un comunicato congiunto “che la deportazione  era stata in realtà un atto umanitario atto a salvaguardare la vita dei bambini greci dagli orrori della Guerra Civile”.
Nulla di più falso in quanto, secondo i resoconti della Croce Rossa Internazionale forniti alle Nazioni Unite e molteplici dossier redatti dalle ambasciate e dai consolati occidentali in Europa Orientale, il vero scopo dei rapimenti portati a compimento dalle bande comuniste elleniche era ben altro. I ragazzini sequestrati, che venivano sottratti alla famiglie in quanto considerate “cellule primarie di una società contadina corrotta in quanto legata alla religione e alla monarchia”, erano solitamente trasferiti in appositi “villaggi proletari per l’infanzia” ubicati in Albania, Iugoslavia, Bulgaria, Ungheria e poi, come si è visto, in altri Paesi d’oltre cortina, dove venivano sì nutriti e vestiti, ma anche sottoposti ad una martellante propaganda politica, o meglio ad un vero e proprio lavaggio del cervello, con lo scopo di trasformarli in fedeli esecutori del verbo marxista. Tuttavia, stando alle memorie di Zavros Constandinides, giovane greco che, recluso per anni in Ungheria, nel 1956 riuscì a fuggire - partecipando tra l’altro alla rivolta anti sovietica di Budapest (23 ottobre al 10 - 11 novembre 1956) - “pochi furono i miei coetanei a piegarsi alla dottrina comunista”. Con il compimento del tredicesimo anno di età tutti i ragazzi venivano poi impiegati, o meglio ‘schiavizzati’, per effettuare pesanti lavori di pubblica o militare utilità. Come accadde per i piccoli deportati in Ungheria, costretti ad effettuare massacranti lavori di bonifica nella regione paludosa dell’Hartchag.
Dopo la fine della Guerra Civile Greca, un ristretto nucleo di fanciulli riuscì a fare ritorno alle proprie famiglie. Tra il 1950 e il 1952, i regimi d’oltre cortina permisero ad appena 684 di essi di rimpatriare: fortuna che, nel 1963, arrise ad altri 4.000 bambini, divenuti ormai uomini. Va ricordato che anche altri fanciulli greci rapiti, poi diventati adulti, riuscirono per vie traverse a raggiungere, verso la fine degli anni Cinquanta, il confine della Germania occidentale e a mettersi in salvo.
Ciononostante, dopo la fine della Guerra Civile, moltissimi bambini non fecero più rientro in Grecia, alcuni perché avevano deciso di rimanere nei Paesi del Blocco Orientale, molti altri perché erano “misteriosamente scomparsi” nei campi di rieducazione, come riferì la Croce Rossa Greca. Successivamente, la regina di Grecia Federica di Hannover creò, grazie al sostegno della Nazioni Unite,  58 “Città dei  Bambini” o Paidopolei, suscitando la violenta contestazione di tutta la sinistra europea che aveva in odio l’aristocratica tedesca) nei quali confluiranno molti orfani greci ed anche i figli di combattenti del DSE.
Ma torniamo al destino dei fanciulli dispersi in Europa Orientale. Ancora agli inizi degli anni Ottanta, in Polonia risultavano presenti circa 1.000/1.500 (alcune fonti riportano cifre ancora più elevate) greci rapiti, ancora in tenerissima età, nel 1948. In seguito, molti di essi entrarono a fare parte del Movimento “Solidarność” (Sindacato Autonomo dei Lavoratori "Solidarietà") fondato nel settembre 1980 da Lech Wałesa, ed alcuni vennero incarcerati anche dal regime comunista di Varsavia dopo l’introduzione della legge marziale del dicembre 1981. Nel 1989, con l’inizio del processo di democratizzazione del Paese, la quasi totalità degli ex ‘piccoli’ profughi ellenici fece domanda per ritornare in Grecia.
Nel 1985, il fenomeno del rapimento in massa dei bimbi venne ripreso dal noto regista e produttore cinematografico e televisivo inglese Peter Yates con il film Eleni, interpretato, tra gli altri, da John Malkovich e Linda Hunt. La pellicola venne però snobbata dalla quasi totalità della critica di sinistra (soprattutto quella italiana) alla quale non andò evidentemente a genio l’imbarazzante soggetto. La trama del film narra la storia, un po’ romanzata, della quarantunenne Eleni Gatzoyiannis, assassinata dai guerriglieri comunisti il 28 agosto del 1948 nel villaggio montano di Lia. La donna venne fucilata e finita con un colpo alla nuca  suo figlio Nicholas, emigrato fortunosamente in America, riuscirà poi, alla fine della Guerra Civile, a fare rientro in Grecia per capire le vere ragioni della morte di sua madre. 
La tragedia dei bambini greci rimasti orfani o rapiti e deportati in Albania, Iugoslavia e Bulgaria dai partigiani comunisti per farne ‘buoni marxisti, secondo i dettami di Lenin (“dateci un ragazzino e nell’arco di otto anni lo rieducheremo”) era stata in realtà già affrontata da un altro precedente film del 1957, Il Bandito dell’Epiro (titolo originale, Action of the Tiger) del regista statunitense Terence Young. La pellicola, che si avvalse della partecipazione di parecchi attori, tra cui Van Johnson, Martine Carol e il giovane Sean Connery, narra la storia di una ragazza francese che, dopo l’instaurazione del regime marxista di Enver Hoxha, sbarca segretamente in Albania per cercare suo fratello, militante volontario comunista, scomparso durante la Guerra Civile Greca. Affianca la donna, tale Carson, un avventuriero americano che, giunto sul posto, viene a sapere della deportazione dei bambini greci in terra albanese. A quel punto, egli vuole tentare di riportare in occidente un certo numero di fanciulli scoperti in un remoto villaggio dell’interno. Lungo la loro fuga per la libertà, essi troveranno anche ex partigiani comunisti e poliziotti del regime albanese, anch’essi intenti a fuggire dal “paradiso marxista” del sanguinario Hoxha.

Il primo resoconto del Times di Londra del 15 marzo 1948

Oltre alle testimonianze della Croce Rossa Internazionale, riprese anche dai rappresentanti diplomatici occidentali presenti ad Atene, riportiamo il primo vero e proprio resoconto giornalistico straniero dell’epoca sulla tragedia dei bambini in corso in Grecia, stilato il 15 marzo 1948 dalla redazione del Times di Londra. Quale testimonianza diretta ne riassumiamo in parte il contenuto. “Nell’abbandonato municipio di Kozani [Macedonia occidentale, n.d.a.] – riporta la testata inglese - una piccola città situata nelle montagne dell’Ellade, dodici tra contadine e contadini macedoni furono soccorsi dagli uomini di una squadra inviata sul posto dalle Nazioni Unite. Quegli individui riferirono di essere rimasti per molto tempo ostaggio dei guerriglieri ‘rossi’ del generale Markos Vafiadis. Nel loro ostico dialetto greco-slavo-albanese raccontarono la loro avventura. Avvolta in uno scialle nero, una donna, la cinquantenne Athena Papalexiou, narrò per prima la sua storia. “Una volta giunti nel nostro villaggio, gli Andartes (i partigiani comunisti) registrarono tutti i bambini tra i tre e i 14 anni”, dopodiché dissero ai genitori che i loro figli sarebbero stati trasferiti all’estero, nei vicini Paesi comunisti, per essere nutriti ed assistiti in apposite Case della Gioventù”. “Vi dissero se un giorno i vostri figli sarebbero ritornati?”, chiese alla donna un funzionario delle Nazioni Unite. “No di certo. E poi era  proibito discutere la questione”. John Natsis e Zagarus Voiliotis riferirono di avere osservato tempo prima nel villaggio di Kranies un contadino fornire le generalità dei suoi tre figlioletti ad un ufficiale ribelle. “A quell’uomo i comunisti dissero di stare tranquillo e di collaborare poiché i suoi bambini sarebbero stati posti in salvo in Romania dove avrebbero ricevuto alimenti e buona istruzione. Ed aggiunsero che tutti i genitori di Kranies avrebbero dovuto fare altrettanto poiché di lì a poco “le truppe monarco-fasciste (l’Esercito regolare greco) avrebbero bombardato il villaggio”. Sulle prime – riporta sempre il quotidiano Times – molti osservatori stranieri non vollero credere alla storia dei rapimenti dei bambini compiuti dai ‘rossi’, ma poi furono costretti a ricredersi, anche in base ai resoconti stilati dai funzionari delle Nazioni Unite invitati ad indagare sul fatto dallo stesso governo di Atene […].
D’altra parte, la conferma di questi sequestri la diedero gli stessi leader ribelli. Nel marzo 1948, ‘Radio Grecia Libera’ (emittente clandestina comunista ubicata in Grecia settentrionale) annunciò che 12.000 bambini greci (8.000 dei quali provenienti dalla regione di Kastoria) erano già stati salvati ed inviati nei Paesi socialisti per scopi istruttivi, e che gli emissari di Markos presenti in Romania, Bulgaria e Iugoslavia, avevano già predisposto, con la collaborazione delle locali autorità, l’accoglienza dei ragazzi provenienti dalla Grecia (per la cronaca, quale responsabile operativo di tale operazione venne nominato Georgios Manoukas che, rifugiatosi dopo la sconfitta comunista del 1949 all’estero, nel 1961 rientrerà in Grecia, dove pubblicherà un testo sull’argomento.
A questa notizia ne fece eco una seconda, più dettagliata. Pochi giorni dopo, infatti, l’emittente di Markos annunciò che “le forze partigiane avevano provveduto a trasferire 4.884 bambini residenti in 69 villaggi della “Libera Grecia” in Albania, Yugoslavia e Bulgaria” per salvarli dagli orrori della Guerra Civile e per consentire a questi piccoli “Rifugiati Politici della Guerra Civile Greca” (in realtà, soltanto il 2% delle famiglie greche accettò spontaneamente che i propri figli venissero trasferiti all’estero) di godere di un migliore tenore di vita e soprattutto di “frequentare scuole adatte”. “La verità – commentò laconicamente un portavoce del governo di Atene – è che i ‘rossi’, attraverso i sequestri di massa, intendono privare la Grecia del suo futuro”. Di conseguenza, l’esecutivo ellenico si affrettò ad inviare un’aspra nota al comitato balcanico delle Nazioni Unite a Salonicco, accusando i comunisti di “genocidio” e chiedendo un intervento ufficiale immediato che si concretizzò, di lì a poco, con la nomina di due appositi Comitati che avrebbero dovuto raccogliere, esaminare e catalogare “con la massima celerità” tutti i casi di sequestro segnalati sul territorio dai loro osservatori. Il governo greco definì il sequestro di massa dei bambini come paidomazoma, in quanto esso richiamava alla mente i tempi in cui i turchi razziavano la popolazione ellenica.

giovedì 11 luglio 2019

CONTRO IL RELATIVISMO NICHILISTA E LA PSEUDO FILOSOFIA DIALETTICA POST MARXISTA DEL 'NULLA' ASSOLUTO. di Alberto Rosselli.



CONTRO IL RELATIVISMO NICHILISTA
E LA PSEUDO FILOSOFIA DIALETTICA POST MARXISTA DEL 'NULLA' ASSOLUTO.

di Alberto, Bebe, Rosselli.

In un’epoca bislacca, approssimativa, esasperatamente relativista ed eticamente molto svagata come la nostra, la rilettura dell’opera del filosofo e storico genovese Piero Vassallo – esponente di primo piano della Destra cattolica italiana – risulta importante ed utile in quanto analizza e chiarisce, nel suo insieme, gli errori e le mistificazioni filosofiche e storiche derivanti dalla ideologizzazione e dal regresso contenutistico della Cultura italiana. Un fenomeno che, a partire dal secondo dopo guerra fino ai nostri giorni, ha visto correi sia i ‘pensatori’ di Sinistra sia buona parte di quelli di Destra (posto che questi termini abbiano ancora un significato). A questo proposito, prendiamo in analisi – prassi che non si addice ad un editoriale classico – un piccolissimo libro (43 pagine) intitolato Nuovi Orientamenti edito nel 2011 dalla ormai scomparsa cooperativa editoriale fiorentina Nuova Aurora. Due parole, innanzitutto, sull’Autore. Piero Vassallo è un filosofo, politologo ed esperto studioso di Storia del Cristianesimo. Egli si è formato alla scuola di personaggi di chiesa importanti e controcorrente, come il cardinale Giuseppe Siri e Don Gianni Baget Bozzo. E’ stato discepolo ed esegeta di intellettuali cattolici antimodernisti come Federico Sciacca, Cornelio Fabro e Antonio Livi, legittimi eredi della sottovalutata ma nobile tradizione degli oppositori al Razionalismo: Blaise Pascal, Claude Buffier, Thomas Reid ed Etienne Gilson.
Una ‘scuola’ quella frequentata da Vassallo che lo portò allo studio dei difensori di quel Gianbattista Vico che, cozzando contro l’ateismo cartesiano, sostenne e in parte dimostrò che il “cammino della Storia inizia dalla coscienza che Dio esiste” e che l’essere crea l’idea e non il contrario, come asseriscono i nipotini di Hegel. Conseguentemente, sulla scia di Livi, Vassallo ha ingaggiato una feroce guerra contro i cosiddetti teologi progressisti e irrealisti (Teihard de Chardin e Karl Rahner). Manco a dirlo, l’intera opera di Vassallo è stata demonizzata dai sostenitori della chiesa della liberazione, dai post-dossettiani democristiani, dagli alfieri del ‘modernismo scientologico e ateo’, dagli ingenui fan di papa Bergoglio il Rivoluzionario e, naturalmente, dagli idealisti buonisti incantati dai pifferai del pregiudizio antimetafisico a tutti i costi. Quest’ultima schiera brancaleonica, ma supponente e molto potente politicamente e finanziariamente parlando, nella quale si intravede una mal digerita comprensione dell’Umanesimo, ha fatto dunque barriera acritica contro uomini come Vassallo, screditando non soltanto la metafisica, ma anche la logica, innalzando il pensiero umano sopra l’Essere (operazione funambolica e azzardata che presume un’assurda collocazione dell’uomo ad artefice dell’Assoluto). Inerpicandosi lungo le strette e ripide mulattiere che porterebbero ad una sorta di liberazione e semplificazione della vita umana, i nuovi guru dell’Umanesimo ateo (cioè i vari Vattimo, Severino, Odifreddi, Flores d’Arcais, Scalfari) – soliti ad appropriarsi indebitamente di Aristotele ad ogni piè sospinto – si affannano attraverso rimedi alchimistici e soggettivisti per creare addirittura un Uomo Nuovo che non abbia bisogno di nulla tranne che di se stesso. Il tutto non ricordando che la soluzione del dilemma circa la coniugazione positiva tra aristotelismo e cristianesimo era già stata brillantemente scoperta da San Tommaso che aveva in questo modo risolto temi spinosi, quali il rapporto tra Etica e Potere e la ricerca originaria del Senso Comune, inteso come insieme sempiterno di quelle Verità che costituiscono un sapere universale pregresso all’idea stessa di uomo.
Attraverso Nuovi Orientamenti, Vassallo penetra e disintegra con la logica aristotelico-cristiana il rottamaio ateo dell’irrealismo modernista di Sinistra. Ma non si limita a ciò. Egli scudiscia, nel contempo, gli alfieri della neo Destra filosofica e politica italiana incapace di difendere pensieri e concetti che stanno alla base del già citato ‘senso comune’ tanto necessario anche alla comprensione del significato filosofico della Storia. Nel corso di questa operazione, l’Autore penetra nell’intestino crasso della Destra italiana, sezionandone i suoi tratti metastatici. Poiché – è inutile negarlo – la sopracitata caleidoscopica e disordinata Destra ‘attuale’ stenta a trasformarsi in agorà di un pensiero positivo, avendo abdicato, almeno in parte, ai valori della Tradizione cristiana e della Patristica (fondamento del Progresso post pagano) in nome di una sorta di pensoso delirio. Un delirio oscillante tra un anelito di pseudo libertà qualunquista e un conto in banca o, addirittura, rispolverando deliri eleusini e suggestioni boreali e pagane germaniche. Come annota l’Autore, ai giorni nostri, in Italia, gli ideali della così chiamata Destra tradizionale vengono condivisi o meglio intuiti da un vasto popolo di persone ragionevoli ma smarrite. Esse, infatti, non riescono ad identificarsi in una classe politica, quella di Centro-Destra, che, oltre a palesare contraddizioni e incongruenze di programma, non possiede (come d’altra parte il Centro-Sinistra) nemmeno una linea guida pseudo unitaria o catalizzante, atta a trasformare le intenzioni in chiari ed utili programmi. Una guida pragmatica, ma etica, capace di separare ciò che è utile dall’inutile per il popolo, attraverso l’inganno, a suo personale beneficio (come è noto, la biada demagogica è il sostentamento dell’animale politico italiano). Ma non è tutto. Anche nell’area della cosiddetta ‘buona Destra’ (e questo rappresenta il fatto più grave) imperversa ormai una galassia di gruppuscoli d’assalto che, rotolandosi nel fango tiepido di letture mal comprese o addirittura fuorvianti (Guénon, Nietzsche, Evola, Stirner e, in parte, Heidegger) si pasce di qualche infantile emozione. Tutta questa tragicomica confusione produce, infine, nel Centro-Destra una sorta di emulazione dei mali del Centro-Sinistra. E come se non bastasse, l’abbandono di quest’area da parte degli onesti e la loro quasi meccanica sostituzione – poiché imposta dalla prassi partitica – da parte di elementi tribali provenienti dalla marginalità paleo-destrorsa e “reducista”, svilisce ulteriormente il quadro generale. Soggetti, questi, cerebralmente ipercinetici, rivisitatori di riti italici romani precristiani e addirittura magici. Si tratta di teste rasate contenenti non materia grigia, ma il vuoto pneumatico, replicanti ideologizzati incapsulati nella terza fila della grafomania murale (in questo non si discostano dai loro compagni dei centri sociali).
Nel suo piccolo, ma utile libro, Vassallo mette dunque in evidenza che, nonostante il totale fallimento delle ideologie del Progresso di tradizione marxiana, il Centro-Destra latita e stenta a ritrovare, attraverso la rilettura di autentici geni dimenticati come Livi o Fabro, una sua anima cogitante et agendi in grado di sintetizzare logicamente e armoniosamente Tradizione e Ragione e, lo ripetiamo, Buon Senso, eliminando ogni cifra di delirio dal proprio vocabolario interiore in nome di un Progresso autentico.

mercoledì 19 giugno 2019

La guerriglia anti-comunista post bellica (1945) nei Paesi Baltici, Ucraina e Romania. Di Alberto Rosselli.

Testo per approfondire l'argomento.









La guerriglia anti-comunista post bellica (1945) nei Paesi Baltici, Ucraina e Romania.


di Alberto Rosselli


Per decenni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino agli albori degli anni Novanta, buona parte della storia e delle vicissitudini dei popoli dell’Europa orientale e balcanica sottoposti ai regimi comunisti sono rimaste avvolte da un alone di mistero. Ragion per cui bisognò attendere il definitivo collasso del sistema sovietico per venire a conoscenza della lunga lotta armata clandestina che, tra il 1945, la metà degli anni Cinquanta ed oltre, si sviluppò e diffuse nei Paesi Baltici, in Ucraina, in Polonia, in Romania e, con caratteristiche e modalità diverse, anche in alcuni stati balcanici e caucasici, come la Iugoslavia, l’Albania e l’Azerbaigian.


L’ESTONIA

Alla fine del Secondo Conflitto Mondiale l’Estonia, al pari degli altri due stati baltici di Lituania e Lettonia, venne indebitamente inglobata dall’URSS e sottoposta ad una gigantesca operazione di pulizia” etnica (che portò allo sterminio di almeno 250.000 estoni) e di forzata “colonizzazione” del territorio da parte di cittadini russi e bielorussi. Fu per questa ragione che già a partire dal settembre 1944 circa 25.000 tra ex-militari e civili estoni si diedero alla macchia nei fitti boschi del paese, formando i primi raggruppamenti partigiani chiamati i Fratelli della Foresta. Tra i leader di questo movimento resistenziale figurava Ülo Altermann (1923-1954) Sotto la sua direzione, le bande  raccolsero tutte le armi e le munizioni abbandonate dalla Wehrmacht prima della sua ritirata verso ovest, riuscendo ad equipaggiare alcuni battaglioni della forza unitaria di circa 250/350 uomini che, già prima della fine del 1944, incominciarono a sferrare attacchi contro colonne motorizzate, presidi e caserme sovietici. Agli inizi del 1945, le autorità russe e quelle del nuovo governo estone comunista organizzarono una serie di operazioni di controguerriglia, colpendo i gruppi partigiani, ma soprattutto la popolazione sospettata di fornire appoggio diretto o indiretto ai ribelli. Da Mosca giunsero migliaia di soldati appartenenti ai corpi speciali e centinaia di agenti del NKVD (Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del, Commissariato del Popolo degli Affari Interni) che, dietro ordine di Stalin, iniziarono ad arrestare e deportare in Siberia gran parte delle famiglie dei partigiani, avviando nel contempo, nelle campagne, il sequestro proprietà, armenti e raccolti. Nonostante queste rappresaglie, nell’estate del 1945, i Fratelli della Foresta intensificarono le loro incursioni contro l’invasore. In questo periodo, la NKVD registrò quasi 350 attacchi gran parte dei quali compiuti dalle formazioni del leader partigiano Arnold Lindermann. All’inizio del 1946, nella repubblica baltica giunsero altri 25.000 soldati russi, appoggiati da carri armati, autoblindo e aerei da ricognizione. Oltre a ciò, il Comando Sovietico di Tallinn mise taglie su tutti i capi partigiani, minacciando severe rappresaglie nei confronti di tutti i cittadini che si fossero rifiutati di collaborare con le autorità comuniste. Tuttavia, gran parte della popolazione, soprattutto quella delle campagne, già defraudata dalla collettivizzazione forzata avviata dai Soviet locali, continuò a sostenere o, quantomeno, a parteggiare per i Fratelli della Foresta. E fu così che, per un paio di anni, le formazioni ribelli riuscirono a tenere testa all’Armata Rossa e alle milizie bolsceviche infliggendo a queste perdite molto severe. La svolta avvenne verso la fine del 1948 quando Stalin ordinò l’incarcerazione e il sequestro dei beni di decine di migliaia di semplici cittadini. Non solo. Nell’inverno 1948-1949, i sovietici ridussero drasticamente tutte le forniture di generi alimentari e combustibile ai villaggi contadini per indurre gli abitanti ad isolare il movimento resistenziale. Con la massiccia deportazione del marzo 1949 (nel corso della quale oltre 100.000 estoni vennero fatti sparire in Siberia) la situazione iniziò a farsi drammatica e tale da indurre una parte dei partigiani ad arrendersi. Malamente aiutati dall’Occidente (all’inizio degli anni Cinquanta, aerei anglo-americani effettuarono soltanto alcuni voli di rifornimento ai guerriglieri estoni utilizzando una base situata sull’isola di Bornholm, Mar Baltico), circa 5.000 partigiani continuarono a combattere la loro disperata battaglia, fino a quando, nel.1953, i sovietici, che ormai potevano fare conto su un esercito di non meno di 260.000 tra soldati e poliziotti, scatenarono l’offensiva finale, catturando, deportando o giustiziando circa 3.500 ribelli Secondo le stime del KGB, nel 1955 rimanevano in armi, nascosti nei boschi più fitti, non più di 900 Fratelli della Foresta. Detto questo, Stalin dovette attendere ancora molto tempo prima di dichiarare completamente liquidata la questione estone. Secondo i documenti d’archivio moscoviti, l’ultimo manipolo partigiano, agli ordini del comandante Oskar Lillenurm, venne annientato nel 1975. Lillenurm - che riuscì a sfuggire al massacro - venne trovato morto, in circostanze ancora tutte da chiarire, nella primavera del 1980, in un bosco della contea di Läänemaa.

LA LETTONIA

Nel periodo compreso tra la fine del 1944 e la metà degli anni Cinquanta, il movimento partigiano lettone mise in campo una forza di circa 15.000 combattenti suddivisi in 900 piccoli gruppi, affiancati da 20.000 tra ausiliari e addetti alla logistica. Le più importanti organizzazioni partigiane lettoni furono la Latvijas Tēvijas sargu (partizānu) apvienība operante nelle regioni di Latgale e Augšzeme; la Latvijas Nacionālo partizānu apvienība dislocata a nord del Latgale e del Vidzeme; la Latvijas Nacionālo partizānu organizācija attiva nel Kurzeme e Zemgale e la Tēvijas Sargu (partizānu) apvienība presente in prevalenza nella parte meridionale della regione di Kurzeme. Al pari dei partigiani estoni, anche i ribelli lettoni erano soliti agire nelle zone boschive e paludose che ricoprono gran parte del paese. I loro principali obiettivi erano rappresentati da stazioni di polizia e presidi dell’Armata Rossa e degli istrebiteli (o ‘sterminatori’): unità speciali della NKVD impiegate in operazioni di rastrellamento. Tra il 1945 e la fine del 1949, il movimento vantò un effettivo controllo su diverse aree, soprattutto laddove i partigiani potevano avvalersi di un maggiore sostegno da parte della popolazione. Secondo fonti russe, i ribelli operarono nelle circoscrizioni corrispondenti a 135 parrocchie sparse sul territorio, usufruendo anche della protezione del clero. Complessivamente, tra il 1944 e il 1955, i partigiani eliminarono oltre 3.000 tra agenti e soldati della NKVD dell’Armata Rossa e della milizia estone comunista, contro la perdita di 2.500 uomini. Per cercare di recidere i legami tra i civili e il movimento nazionalista, il 25 marzo 1949, i sovietici arrestarono e deportarono nei gulag 15.000 tra reali e presunti fiancheggiatori della resistenza e tutti i parenti dei combattenti alla macchia. Nel dopoguerra moltissimi civili e parecchi ribelli tentarono con mezzi di fortuna di raggiungere la Svezia e l’Inghilterra. Qui, verso la fine del 1948, una quota di combattenti si mise a disposizione dei servizi segreti britannici per effettuare operazioni di guerriglia in patria. Nel 1949, la CIA statunitense e il SIS inglese, addestrarono un certo numero di volontari lettoni disposti a farsi paracadutare nei rispettivi paesi di origine. Sembra che dall’inizio del 1949 e fino al 1952, aerei inglesi pilotati da volontari polacchi e decollati da basi situate in Germania Occidentale, abbiano raggiunto la Lettonia lanciando piccoli gruppi di sabotatori e informatori. Tuttavia, la quasi totalità di queste missioni si rivelò un fallimento. Tutti i commando lettoni trasferiti in patria, con mezzi aerei e speciali battelli britannici, furono infatti catturati dalle forze della NKVD, grazie alle informazioni trasmesse a Mosca dalla celebre spia inglese Kim Philby. Tra il 1951 e il 1955, le residue bande armate dovettero nascondersi sempre più frequentemente nella profondità delle foreste e limitarsi a sopravvivere fino a quando la proclamazione da parte delle autorità di una serie di amnistie indusse gli ultimi raggruppamenti a consegnarsi alle forze di polizia che, nonostante le promesse di indulgenza, incarcerò, processò e condannò a lunghe pene detentive tutti i partigiani.

LA LITUANIA

Il movimento di resistenza antisovietico lituano nacque per iniziativa del generale Motiejus Peciulionis che, il 9 luglio 1944, diede vita al primo nucleo combattente delle Squadre Speciali di Difesa o Samogitian. Per parare il colpo, Stalin inviò subito in Lituania, in qualità di Commissario Straordinario per la Pacificazione, l’abile e sanguinario generale Mikhail A. Suslov. Tuttavia, dopo alcuni successi iniziali, Suslov dovette scontrarsi con la tenace volontà del popolo lituano, tanto che il “governatore” sovietico fu costretto ad ammettere il fallimento della sua missione, riferendo a Mosca che nel 1945 il paese “risultava in buona parte controllato da ben 1.067 gruppi partigiani e da 839 nuclei di banditi”. In un primo tempo, la resistenza lituana mise in campo formazioni piuttosto consistenti, composte da alcune centinaia di uomini. Ma ben presto i comandi del movimento optarono per un radicale ridimensionamento dei reparti in modo da renderli più manovrieri. Nel 1946, le forze della resistenza risultavano distribuite sul territorio in maniera piuttosto difforme. Nella parte meridionale e occidentale del paese erano attive essenzialmente le bande più minute ma agili, specializzate in attacchi a sorpresa, mentre nella parte orientale e settentrionale agivano gruppi numericamente più consistenti: come ad esempio quello del leader partigiano Žalgiris che arrivò a contare ben 800 uomini. Nel 1947, si stima che nelle foreste lituane operassero dai 22.000 ai 28.000 patrioti, suddivisi in unità ‘militarizzate’ e ben organizzate, armete con pistole, fucili, mitragliatori e fucili-mitragliatori di preda bellica sovietica, ma anche di fabbricazione tedesca, polacca e cecoslovacca. A differenza dei guerriglieri estoni e lettoni, quasi tutti i partigiani lituani, avevano l’abitudine di indossare vecchie uniformi dell’esercito nazionale o di foggia tedesca o sovietica, con mostrine e placche regolamentari. Anche nel contesto della guerra di resistenza lituana, i servizi segreti occidentali ebbero modo di svolgere un certo ruolo. Il 24 giugno 1948, il leader partigiano Juozas Lukša (nome di battaglia, Daumantas) riuscì a fuggire in Svezia a bordo di un natante, per poi proseguire per la Germania. Tra il 7 e il 9 luglio, a Baden Baden, Lukša si incontrò con i vertici del Comando del VLIK (il Comitato Supremo per l’Indipendenza della Lituania in esilio) con i quali discusse circa le modalità attraverso le quali i partigiani avrebbero dovuto condurre la lotta per la liberazione della Lituania. Tuttavia, con il progressivo consolidarsi del potere sovietico, il movimento indipendentista lituano perse gradualmente l forza fino ad estinguersi del tutto. D’altra parte, già nel 1950, buona parte delle componenti operative della resistenza confluirono nel LKS (Laisvės Kovų Sąjūdis, Movimento per la Lotta e la Libertà della Lituania) che, a partire dal 1952 decise di abbandonare la lotta armata. Secondo fonti sovietiche, i rimanenti gruppi combattenti vennero neutralizzati nel 1955. Complessivamente, tra la fine del 1944 e il 1955, il movimento lituano ebbe dai 25 ai 30.000 caduti. Pesanti, ma non esattamente quantificabili (si parla di almeno 45.000 tra morti e feriti), risultarono le perdite subite dalle milizie governative comuniste e dalle forze di occupazione sovietiche.


L’UCRAINA

Tra il 1941 e il 1956, in Ucraina, l’organizzazione politico-militare dell’UPA (Ukrainska Povstanska Armiia) - creata il 14 ottobre 1942 a Volyn dal leader nazionalista Roman Shukhevych (1907—1950) –  ebbe un ruolo determinante nel corso della lunga e misconosciuta lotta di resistenza di questo popolo nei confronti dei russo-sovietici, ma anche dei tedeschi. Nell’estate del 1941, dopo l’entrata in Ucraina della Wehrmacht e la ritirata dell’Armata Rossa, l’UPA tentò, inutilmente, di costituire un esercito nazionale indipendente per affiancare quello tedesco contro i bolscevichi, per la ferma (ed ottusa) opposizione di Hitler. E allorquando, il 30 giugno 1941, a Lvov, il leader nazionalista Stepan Bandera (1909–1959) osò proclamare l’indipendenza dell’Ucraina, la Gestapo lo arrestò. E stessa sorte toccò anche al capo dell’OUN (l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini) Andrii Melnyk (1890- 1964), che dopo essere stato richiuso in un carcere, nel 1944 verrà internato nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Nonostante le insensate rappresaglie tedesche, nel 1942 l’UPA riuscì comunque a rinforzarsi. Nell’agosto 1943, i leader dell’OUN riconobbero l’UPA quale formazione militare ufficiale rappresentante l’intero popolo ucraino: gesto che favorì l’arruolamento di circa 100.000 combattenti, suddivisi in numerosi gruppi operativi, sia in Ucraina occidentale che nei Carpazi orientali. All’inizio del 1944, gli organici del movimento si ingrossarono ulteriormente salendo – sembra - a quasi 200.000 elementi, parte dei quali impegnati contro i tedeschi e parte contro i partigiani comunisti. Tra la primavera e l’estate del 1944, in seguito alla grande offensiva russa, l’esercito tedesco dovette ripiegare verso ovest e l’UPA si ritrovò sola nel contrastare l’avanzata sovietica. A Stalin si presentava finalmente l’occasione per liquidare una volta per tutte l’annosa “questione ucraina” e cancellare il vecchio sogno indipendentista di questo popolo. Ma i partigiani dell’UPA non si diedero per vinti, accettando l’impari confronto. A fianco dei gruppi combattenti iniziarono ad operare unità di supporto e logistiche e numerose cellule composte da informatori e agenti, alle quali venivano affidati compiti di intelligence e missioni di sabotaggio e di “eliminazione” di importanti personalità militari sovietiche. Va ricordato a questo proposito l’uccisione del maresciallo dell’Armata Rossa Nikolaj Vatutin (marzo 1944). Contrariamente ad altri movimenti anticomunisti dell’Europa orientale, l’UPA fu l’unica organizzazione ad accogliere nelle sue file anche elementi appartenenti ad altre nazionalità, religioni ed etnie. Oltre a molti tedeschi (alcune centinaia di soldati della Wehrmacht rimasti isolati in seguito all’avanzata russa), tra il 1944 e il 1945, confluirono nell’UPA georgiani, armeni, uzbechi e azerbaigiani, tartari, russi, bielorussi e perfino qualche ex-militare italiano. Abbastanza significativa risultò anche la presenza di ebrei che pur di contrastare i sovietici accettarono di arruolarsi nell’UPA dove, come è noto, figuravano non pochi elementi antisemiti. Pesanti furono le perdite subite dai partigiani nel corso della loro lunga lotta. Nell’autunno-inverno 1944, l’Armata Rossa e le forze speciali della NKVD eliminarono 57.405 combattenti ucraini e ne catturarono 50.387. Nell’arco dei primi quattro mesi del 1945, i sovietici liquidarono poi 95.083 tra uomini e donne e portando, entro la fine dell’anno, il totale degli ucraini uccisi a 218.865 unità. Tra il 1944 e il 1954 l’attività dell’UPA si tradusse in 14.424 attacchi contro raggruppamenti motorizzati e di fanteria dell’Armata Rossa e della NKVD, presidi, caserme, uffici e depositi: fatti d’armi: operazioni che causeranno la morte e il ferimento di almeno 39.000 tra ufficiali e militari sovietici. Per arginare l’attività sovversiva dei guerriglieri, i bolscevichi cercarono di isolare il movimento nazionalista dalla società civile che, nel contempo, venne sottoposta a vessazioni di ogni tipo. La tattica più frequentemente fu quella (già sperimentata con successo da Stalin negli anni Trenta) di bloccare le forniture alimentari e di sementi ai centri agricoli ucraini sospettati di dare appoggio ai partigiani. Ciononostante buona parte della popolazione continuò a sostenere i ribelli ucraini che continuarono a battersi con grande accanimento. Nel corso del 1948, i commando dell’UPA effettuarono 42 attacchi nella zona di Volyn, trecentottantasette in quella di Drohobych, otto in quella di Kamianets Podilskyi; due nell’area di Kiev, duecentosettantaquattro nel comprensorio di Lvov, sessantasette in quello di Rivne, più 344 nella zona di Stanyslaviv, duecentoottantadue in quella di Ternopol, due a Chernihiv, dodici a Chernivtsi e due a Brest (Bielorussia). Con l’inizio della Guerra Fredda, gli anglo-americani cominciarono a prendere in esame piani segreti per appoggiare i partigiani ucraini. A questo proposito, va ricordato che tra il 1948 e il 1952, tre speciali reparti aerei alleati, il 580°, il 581° e il 582° nucleo dell’Air Resupply and Communication Squadron e dello Psycological Storm Wing, dotati di speciali quadrimotori a grande autonomia Boeing B29 (totalmente dipinti di nero, privi di insegne ed affidati ad equipaggi polacchi e cecoslovacchi), effettuarono, partendo da basi situate in territori cipriota, turco e tedesco, diverse missioni di supporto ai guerriglieri dell’UPA. Nell’ambito di un’operazione segreta chiamata in codice “Integral”, anche il SIS inglese organizzò aviolanci per trasferire in territorio sovietico commando e informatori di origine ucraina. Ma come abbiamo già avuto modo di dire, la spia Kim Philby provocò il quasi totale fallimento di queste missioni. Nel marzo 1951, Philby riferì a Mosca che la CIA aveva in programma un lancio in Ucraina di tre squadre di sei uomini ciascuna. L’articolata operazione scattò nel mese di maggio dello stesso anno quando da una base inglese di Cipro, un bimotore britannico Douglas C47 con immatricolazione civile trasferì 18 agenti ucraini in territorio turco, da dove avrebbero poi dovuto raggiungere la Moldavia e poi l’Ucraina. La prima parte della missione ebbe esito positivo, ma quando il raggruppamento tentò di entrare in Bulgaria esso venne individuato e neutralizzato dalle forze di polizia comuniste. Tra l’agosto e l’ottobre 1951, gli americani tentarono altri voli con relativo trasferimento di agenti e materiali, ma tutte queste operazioni ebbero esiti disastrosi. Nel novembre dello stesso anno, un altro velivolo, questa volta americano, con a bordo apparecchi radio, materiale militare e valuta russa destinati ai partigiani ucraini, venne intercettato e catturato dai sovietici.
Intanto, l’offensiva sovietica proseguiva. Il 5 marzo 1950, nei pressi del villaggio di Chorny Lis in Ucraina occidentale, un contingente speciale dell’Armata Rossa eliminò il leader partigiano Roman Shukhevych. Anche se alcune fonti ucraine sostengono che il loro comandante si sia invece suicidato per non cadere nelle mani dei russi. Nel 1952, in seguito alla progressiva repressione sovietica, l’UPA iniziò a spostare molti suoi raggruppamenti verso occidente nella speranza che essi, dopo avere attraversato Polonia, Germania Orientale, Ungheria o Cecoslovacchia, potessero trovare asilo nell’Europa libera. Già nel settembre 1947, infatti, ad un reparto (la Compagnia 95) era riuscito, seppure al prezzo di alte perdite, di passare in Germania Occidentale. Su 100 uomini facenti parte dell’unità, soltanto 36 arrivarono alla meta. Dopo la morte di Shukhevych tutte le attività clandestine, condotte dal suo successore, il colonnello Vasyl Stepanovich Kuk (1913–2007), iniziarono a perdere mordente e intorno al 1955 (dopo la cattura di Kuk da parte di un commando sovietico) gli ultimi gruppi armati dell’UPA cessarono ogni resistenza. Anche se sembra che per ancora qualche anno, fino ai primi mesi del 1960, alcune unità rimasero in armi.

LA ROMANIA

Tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945, in Transilvania iniziarono a formarsi diversi nuclei di partigiani romeni antisovietici, composti in parte da appartenenti alla folta minoranza etnica ungherese e tedesca. Va notato a questo proposito che fino alla fine del 1944, i raggruppamenti della Transilvania ottennero dalla Germania un qualche aiuto. Nella fattispecie attraverso la Fallschirmschpringer-Aktion: un’operazione aerea nel corso della quale, per qualche mese, apparecchi tedeschi paracadutarono in Romania settentrionale un certo numero di consiglieri militari della FAK (Front Aufklarungs Kommando) che già in precedenza, tra il 1942 e il 1944, aveva sostenuto i guerriglieri nazionalisti e anticomunisti operanti nelle regioni caucasiche mussulmane. Nonostante questi (modesti) tentativi di soccorso, nel marzo del 1945 le forze di polizia rumene riuscirono a ripulire i boschi transilvani e ad annientare quasi tutti i gruppi di resistenza, proprio mentre il nuovo governo di Bucarest avviava una grande purga all’interno dei quadri dell’esercito per eliminare qualsiasi soggetto legato al precedente regime del maresciallo Ion Victor Antonescu (1882–1946) o sospettato di favorire i gruppi ribelli. Di conseguenza, diversi vecchi anticomunisti romeni, alcuni dei quali appartenenti all’ex-Legione dell’Arcangelo Michele (formazione parafascista e nazionalista), dovettero unirsi agli ultimi reparti partigiani ancora in armi. Nel 1947, il governo di Bucarest intensificò il processo di collettivizzazione forzata dei terreni agricoli che portò all’arresto e all’eliminazione fisica di non meno di 80.000 contadini accusati di essersi rifiutati di consegnare al governo le proprie terre e i propri averi. Queste repressioni indussero alcune migliaia tra piccoli e medi proprietari e braccianti a rifugiarsi nelle foreste e nelle più sperdute ed inaccessibili regioni montane, resistendo per anni alle forze comuniste. Nella primavera del 1949, sulla base dei rapporti stilati dai servizi anglo-americani, si evince che unità partigiane operanti in Transilvania e in altre zone del Paese, abbiano respinto con efficacia molteplici attacchi sferrati dalle unità speciali della NKVD e da quelle di Bucarest. Fu proprio sulla base di queste informazioni che i vertici della CIA decisero di inviare nella capitale romena l’agente speciale Gordon Mason, al quale venne affidato il compito di raccogliere tutte le informazioni inerenti l’attività militare e politica dei gruppi clandestini, evitando tuttavia di stabilire contatti diretti con i loro capi. L’anno seguente, Mason fu in grado di confermare a Washington i brillanti risultati conseguiti nel frattempo “da almeno 11 gruppi di resistenza armata (forti, complessivamente, di 40.000 uomini), operanti nei Carpazi centrali, della zona danubiana, nelle paludi del fiume Prut, in Bucovina e in Moldavia settentrionale”. Notizia, quest’ultima, che indusse la CIA ad autorizzare Mason ad incontrasi segretamente con i leader delle formazioni alla macchia, riferendo ad essi che gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a fornire armi, munizioni ed apparecchiature radio. Mason ritenne però opportuno richiedere anche all’intelligence statunitense l’inoltro immediato per via aerea in Romania di commando romeni da impiegare in operazioni di sabotaggio. Richiesta, questa, che fu accolta dalla CIA. Tanto è vero che, nell’arco di alcune settimane, gli americani reclutarono personale specializzato e volontari romeni in esilio e misero in piedi una base operativa ubicata nei pressi di un aeroporto non lontano da Atene. Da questo sito, tra il 1950 e il 1953, alcuni bimotori Douglas C47 effettuarono diverse missioni nei cieli della Romania, paracadutando commando dotati di armamento leggero, impianti radio, denaro e documenti falsi. Ma stando a fonti americane, soltanto occasionalmente questi nuclei, una volta giunti nel loro paese, riuscirono a stabilire contatti con i partigiani. Il più delle volte, infatti, i manipoli inviati furono rapidamente individuati ed eliminati dalle forze di sicurezza comuniste e sovietiche, allertate dal controspionaggio di Mosca preventivamente informato dal solito Philby. Nonostante questi duri colpi, diversi nuclei partigiani proseguirono egualmente la loro lotta. Nel 1949, sulle montagne di Vrancea risultava attiva una grossa formazione composta da circa 1.500/2.000 uomini. Ma nell’inverno del ’49 una spia comunista riuscì ad infiltrarsi nella compagine, consentendo alle forze di polizia e dell’esercito di circondarla e annientarla. Nel corso di questa lunga e sconosciuta lotta che insanguinò le foreste romene si misero in evidenza alcuni comandanti dalle doti e dal carisma eccezionali come Gheorghe Arsenescu (1907–1962), che oppose resistenza sulle montagne meridionali Fagaras fino al 1952, anno in cui scomparve misteriosamente. Dopo una lunga pausa, nel 1959, Arsenescu e la sua banda ripresero improvvisamente ad operare, ma appena dodici mesi più tardi il capo partigiano venne catturato dalle forze antiguerriglia governative e condotto nella prigione di Campulung Muscel dove fu costretto a suicidarsi. Sui contrafforti settentrionali dei monti Fagaras, un altro gruppo di guerriglieri, guidato dall’ingegnere Gavrilachw, combatté fino al 1956, anno in cui venne preso prigioniero un altro famoso leader partigiano, Dumitru Moldoveanu. Prima di essere strangolato con un filo di ferro dai miliziani, quest’ultimo venne lungamente torturato. Dopo la morte di Moldoveanu, il movimento di resistenza anticomunista iniziò a sfaldarsi fino alla sua totale dissoluzione avvenuta, a quanto pare, agli inizi degli anni Sessanta.

FINE

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