Soltanto per mezzo della nostra memoria storica, l'uomo occidentale diventa consapevole delle proprie irrinunciabili origini religiose e culturali. Parafrando, in parte, Ernst Robert Curtius (1995), al di là di ogni cambiamento o 'contaminazione' da parte di soggetti esterni, cioè allogeni,l'uomo occidentale è, e deve continuare ad essere se stesso per illuminare le tenebre circostanti e fuorvianti di morali mostruose. Nella nostra attuale e drammatica situazione di carenza valoriale, culturale e religiosa (la Chiesa ha abbandonato il suo ruolo) non vi è alcuna esigenza che appaia quanto mai imperiosa e idispensabile come quella di ristabilire il sacro recinto della nostra Memoria. Pena la nostra scomparsa. Il meticciato può essere tollerato soltanto allorquando l'elemento migrante non intacchi l'essenza della nostra cultura attraverso ritualità tribali e subumane. Non tutte le 'novità' (come l'immigrazione in atto) rappresentano un vero 'progresso'. Al contrario: annullano nella poliformità etnico-culturale ogni Verità immanente.
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martedì 22 gennaio 2019
L'arrendevolezza accidiosa e la sodomia cerebrale dell'Occidente distruggeranno una Civiltà millenaria. Di Alberto Rosselli.
Soltanto per mezzo della nostra memoria storica, l'uomo occidentale diventa consapevole delle proprie irrinunciabili origini religiose e culturali. Parafrando, in parte, Ernst Robert Curtius (1995), al di là di ogni cambiamento o 'contaminazione' da parte di soggetti esterni, cioè allogeni,l'uomo occidentale è, e deve continuare ad essere se stesso per illuminare le tenebre circostanti e fuorvianti di morali mostruose. Nella nostra attuale e drammatica situazione di carenza valoriale, culturale e religiosa (la Chiesa ha abbandonato il suo ruolo) non vi è alcuna esigenza che appaia quanto mai imperiosa e idispensabile come quella di ristabilire il sacro recinto della nostra Memoria. Pena la nostra scomparsa. Il meticciato può essere tollerato soltanto allorquando l'elemento migrante non intacchi l'essenza della nostra cultura attraverso ritualità tribali e subumane. Non tutte le 'novità' (come l'immigrazione in atto) rappresentano un vero 'progresso'. Al contrario: annullano nella poliformità etnico-culturale ogni Verità immanente.
sabato 12 gennaio 2019
"La tragedia dei polacchi deportati dai sovietici in Iran, 1941". Di Alberto Rosselli.
"La tragedia dei polacchi deportati dai sovietici in Iran, 1941".
di Alberto Rosselli
Un terrificante ed oscuro capitolo della Seconda Guerra
Mondiale è sepolto nel cimitero cattolico romano situato ai margini della
povera periferia di Teheran. Qui riposano 1.892 polacchi, tra donne vecchi e
bambini, deportati da Stalin tra la fine del 1939 e il 1942. Come è noto, nel
Settembre 1939, Hitler e il dittatore di Mosca, forti dell’intesa
precedentemente raggiunta nel mese di agosto con il Patto Ribbentrop-Molotov,
si avventarono sulla Polonia, smembrandola, e dando inizio ad uno dei capitoli
più neri della storia di questa sfortunata nazione cattolica incuneata tra
Germania luterana e la Russia ortodossa. Completata l’occupazione e la
spartizione della Polonia, l’Unione Sovietica, che, come è noto, si era annessa
la parte orientale del paese, provvide subito a russificare questa regione, non prima di avere disarmato ed
internato l’esercito polacco ivi presente (formato da circa 250.000 uomini).
Nel 1940, in barba a tutti i trattati e le convenzioni internazionali, Stalin
si rifiutò di liberare gli ufficiali e i soldati catturati, raggruppandoli in
una decina di campi di concentramento situati in Ucraina. Ma quando un anno dopo,
nel giugno 1941, la Germania invase l’Unione Sovietica, il dittatore decise di
liberare tutti i polacchi garantendo ad essi un equo trattamento e,
addirittura, “una nuova terra”, in cambio del loro aiuto nella lotta contro il
nazismo. Più precisamente, gli emissari di Stalin concessero agli ufficiali
polacchi di continuare a combattere nell’ambito di una Nuova Armata che i
russi, assieme ai britannici, stavano formando in Persia settentrionale
Decisi a riconquistare la libertà e a contribuire allo sforzo
degli Alleati, i polacchi accettarono la proposta di Mosca e, su lunghi
convogli ferroviari, iniziarono a partire alla volta della lontana e neutrale
Persia che, proprio in seguito all’attacco tedesco e alla firma del trattato di
alleanza tra Russia e Gran Bretagna, era stata preventivamente occupata dalle
forze armate delle due potenze, preoccupate da possibili infiltrazioni nemiche
in quest’area strategica. Nell’arco di alcune settimane, molte migliaia di
soldati (ma anche di civili) polacchi rinchiusi nei campi sovietici firmarono
la loro adesione al nuovo, ma dai lineamenti assai vaghi “Esercito di
Liberazione Polacco in Persia”. Secondo dati provenienti dagli archivi segreti
russi (1999), si calcola che, tra il luglio e il dicembre 1941, le tradotte sovietiche
trasferirono in Persia dai 114.000 ai 300.000 polacchi (le cifre sono molto
discordi). E a prova di questo massiccio e sconosciuto esodo non sono rimasti
soltanto i documenti, tenuti accuratamente nascosti dalle autorità di Mosca per
diversi decenni, ma addirittura una dozzina di testimoni ancora in vita e
residenti alla periferia di Teheran. La scoperta di questi reduci è stata fatta
da Anwar Faruqi, bravo giornalista della Associated Press, che, qualche anno
fa, essendosi recato in Iran per motivi di lavoro, è riuscito a ricostruire
l’intera, oscura, e per certi versi straordinaria, vicenda. Visitando la
periferia della capitale iraniana, Faruqi ha avuto modo di conoscere Helena
Stelmach, una settantenne polacca, da anni sposata con un iraniano. La donna, assieme
ad Anna Borkowska, di anni 83, sembra essere una delle ultime sopravvissute
alla deportazione ordinata da Stalin nel lontano 1941. Non senza iniziali
reticenze, le due anziane signore (“che
parlano un iraniano con uno strano accento”) hanno accettato di raccontare
a Faruqi la loro avventura. “Entrambe le
scampate vivono in modeste abitazioni, adornate da qualche mobile, i
tradizionali tappeti e, appese alle pareti, le foto dell’ayatollah Ruhollah
Khomeini, quella di papa Giovanni Paolo II e alcune effigi di Gesù e Maria”.
Come racconta la Helena Stelmach - che quando iniziò
l’invasione russa viveva in un villaggio della Polonia orientale - “nel settembre del 1939, molti civili, tra
cui la sottoscritta, vennero rinchiusi, assieme ai soldati polacchi, in campi
di concentramento provvisori. Poi, un giorno, venimmo tutti trasferiti, con
tradotte ferroviarie, nella fitta foresta di Basharova, non distante dalla
città di Arcangelo. E lì i russi ci tennero, costringendoci ai lavori forzati.
Ma nell’estate del 1941, sorprendenti notizie iniziarono a circolare nel mio
campo. Le armate tedesche avevano invaso l’Ucraina e stavano avvicinandosi a
Leningrado. Pochi giorni dopo, il comandante russo ci convocò, che eravamo
appena tornate dalla foresta dove eravamo impiegate nel taglio degli alberi.
L’ufficiale ci disse che saremmo stati liberi a condizione di partecipare alla ‘Grande
guerra patriottica’ contro la Germania nazista. Sapemmo poi che, prima
dell’arrivo dei tedeschi, Stalin aveva provveduto a fare trasferire dalla
Polonia orientale alla Russia e alla Siberia la quasi totalità della
popolazione, per impedire ai tedeschi di fare bottino di mano d’opera”. Sempre
secondo i documenti degli archivi moscoviti, nell’estate del 1941, da tutti i
campi di concentramento dell’Unione Sovietica (tra cui Vorkuta, Kolyma e
Novosibirsk e Kazakistan) defluirono in direzione della Persia decine di
migliaia di polacchi fino a pochi giorni prima utilizzati nei campi, nelle
foreste e nelle miniere. “Eravamo
praticamente degli schiavi di Stalin”. “Il
viaggio a bordo dei convogli sovietici risultò spaventoso: un vero incubo”,
ricorda la Stelmach, che a quel tempo aveva dieci anni e viaggiava con la
madre. “Eravamo pigiati a decine a bordo
di carri bestiame. Il freddo era terribile e non avevamo nulla all’infuori dei
nostri stracci per coprirci. Ogni duecento, trecento chilometri il convoglio si
fermava e le guardie ci davano qualche secchio di rape e pane secco, e un
bidone d’acqua. Durante il viaggio morirono per la fame e il gelo decine di
bambini e vecchi. Dopo giorni giungemmo a Taskent, capitale dell’Uzbekistan
sovietico, e lì ci fecero salire su un altro treno diretto in Persia”. Dopo
un mese dalla partenza da Arcangelo, la Stelmach e gli altri profughi giunsero
ad una stazione ferroviaria situata sulle sponde orientali del Mar Caspio. “Venimmo trasbordati su piccole navi dirette
verso il porto iraniano di Enzeli. Ma quel viaggio per mare, che credevamo
migliore del precedente, si rivelò forse peggiore. Le navi erano vecchie e
sovraccariche. Ci cacciarono nelle stive che erano piene di topi ed insetti
repellenti. Una volta al giorno le guardie ci passavano dell’acqua e la solita
zuppa di rape, radici e pane secco. Facevamo i nostri bisogni in un angolo
della stiva. L’odore era insopportabile. Scoppiò un’epidemia di febbre
tifoidea; molti morirono e i loro corpi vennero scaraventati in mare. Alla
fine, in un freddo mattino, la nave giunse nel porto iraniano di Enzeli
(l’attuale Bandar Anzali), e ci fecero sbarcare. Era il gennaio 1942. Duemila
806 rifugiati morirono entro pochi mesi dall’arrivo e furono sepolti in varie
fosse comuni nei dintorni della città”.
La maggior parte dei
polacchi in migliori condizioni di salute venne subito avviata verso i campi di
addestramento dell’interno dove - così dicevano i sovietici - stava formandosi
il nuovo Esercito polacco guidato dal generale Wladyslaw Anders. La quasi
totalità dei polacchi venne trasferita su camion a Teheran, Isfahan e in altre
città iraniane. ”Il nostro primo approccio
con il popolo iraniano fu molto caloroso, e inaspettato. Si affollavano intorno
ai nostri camion e autobus. Ci passavano attraverso i finestrini aperti
datteri, noci, piselli tostati, uva passa e melograni”, racconta Krystyna
Skwarko, un’insegnante polacca che in seguito, dopo la fine della guerra,
sarebbe diventata la direttrice dell’orfanotrofio di Isfahan.
La Skwarko scrisse
poi un curioso ed introvabile libro “L’ospite”, in cui ella fece, tra l’altro,
un dettagliato resoconto del suo viaggio da Enzeli fino ai campi di raccolta.
La donna visse in Iran fino agli anni Sessanta e poi emigrò in Nuova Zelanda,
dove morì nel 1995.
Più di 13.000 bambini
polacchi giunti in Iran erano orfani, anche perché una parte di loro aveva
perso i genitori durante le terribili trasferte ferroviarie sovietiche. All’interno
dei campi iraniani, un’organizzazione assistenziale sionista si prendeva cura
degli orfani polacchi di religione ebraica. In seguito, parecchi di essi
vennero trasferiti in Palestina, mentre altri – dopo la guerra - emigrarono
negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Australia, Sud Africa, Nuova Zelanda e
altrove.
I CAMPI BRITANNICI E SOVIETICI
Nell’autunno del
1941, nei pressi della città di Ahvaz, nell’Iran sud-occidentale, i britannici
costruirono il cosiddetto “Campo Polonia”: una struttura piuttosto efficiente e
decorosa destinata ad accogliere i profughi polacchi e i futuri volontari
dell’Armata Anders. Il campo – ben differente da quelli sovietici - era molto
esteso e dotato di baracche con servizi, mense, ospedali, scuole e orfanotrofi.
La struttura funzionò per circa due, tre anni e poi venne smantellata. Il
destino dei profughi polacchi raccolti ad Ahvaz fu infinitamente migliore
rispetto a quello dei loro compagni rinchiusi negli spaventosi campi del nord
dell’Iran, quelli gestiti dai russi. Questi ultimi, infatti, erano molto simili
a dei gulag. D’altra parte, lo stesso Stalin, che aveva accettato di malavoglia
di reintegrare gli odiati polacchi in un’Armata Nazionale (egli avrebbe
preferito - come in realtà poi farà - inquadrare eventuali volontari
nell’Esercito sovietico), aveva dato disposizioni affinché ai polacchi, sia i
miliari che i civili, destinati ai campi iraniani, venisse riservato un
trattamento “non di favore”. Ordine che, stando alle testimonianze dei reduci
polacchi, venne interpretato dai gestori dei campi alla lettera. Nei gulag
sovietici dell’Iran settentrionale la vita era infatti durissima. I
baraccamenti (circondati da reti con filo spinato e torrette di guardia, erano
pessimi. Il cibo era scarso, l’assistenza sanitaria quasi inesistente e le
angherie frequentissime. Per le migliaia di sfortunati profughi giunti in
Persia dalla Russia si apriva un nuovo, drammatico capitolo. I principali campi
sovietici si trovavano nei pressi di Teheran e di Tabriz. E in essi i russi
raccolsero, tra il 1941 e il 1944, non meno di 250.000 profughi. Contrariamente
a quanto accadde nei campi inglesi del sud della Persia, a nessun polacco di
sesso maschile venne mai permesso di uscire o, meno che mai, di venire
addestrato militarmente per poi unirsi all’Armata Anders che, come è noto,
dipendeva dal governo polacco in esilio a Londra che Stalin non voleva affatto
riconoscere (1). Per il futuro della
Polonia il dittatore russo aveva ben altri programmi. Non a caso, per tutta la
durata della guerra, i profughi polacchi vennero tenuti chiusi nei campi
iraniani e adoperati dai russi per pesanti lavori quali la costruzione di
strade e linee ferrate. E a nulla valsero le proteste dell’Inghilterra che si accorse
troppo tardi della “truffa” messa in atto dal dittatore sovietico. Come è noto,
nella seconda metà del 1944, allorquando l’Armata Rossa stava avvicinandosi
alla Vistola, Stalin acconsentì a che un certo numero di ufficiali e soldati
polacchi addestrati in Russia partecipasse - integrato in divisioni sovietiche
- all’offensiva finale contro la Germania. Finita la guerra, poco prima del
ritiro dall’Iran delle truppe sovietiche e britanniche, i russi permisero ai
reduci polacchi di fare rientro in patria o di raggiungere il sud del paese per
imbarcarsi alla volta di altre destinazioni. Oggi, a distanza di quasi un
secolo, alla periferia di Teheran quasi 2.000 tombe incise con una croce e
riportanti strani nomi rimangono a testimoniare il passaggio e le sofferenze
dei profughi polacchi giunti al termine di una lunga, terribile e sconosciuta
odissea. Incredibilmente, dopo tanti decenni, all’ambasciata polacca di Teheran
continuano a giungere dalla madrepatria (ma anche dall’Inghilterra, dagli Stati
Uniti e dalla Nuova Zelanda) numerose lettere di persone o emigrati di origine
polacca che chiedono alle autorità iraniane notizie dei propri parenti dispersi
in Iran durante il Secondo Conflitto mondiale.
(1) L’ARMATA POLACCA “ANDERS”
Quando nel settembre 1939 la Germania e l’Unione
Sovietica - sulla base del Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 -
invasero e si spartirono la Polonia, il generale Wladislaw Anders e parte
dell’esercito polacco furono presi prigionieri dalle forze occupanti russe.
Anders che come moltissimi altri ufficiali e soldati dell’ex esercito di
Varsavia rifiutò di entrare a fare parte dell’Armata Rossa, venne imprigionato
nella prigione della Lubianka (in seguito, come è noto, circa 9.000 ufficiali
polacchi “ribelli” verranno, per ordine di Stalin, fucilati e sepolti nelle
fosse di Katyn: eccidio che, nel 1945, i sovietici tentarono di addossare ai
nazisti). In seguito all’invasione tedesca della Russia (22 giugno 1941), il
dittatore sovietico - dietro pressioni dell’Inghilterra - fu costretto ad
addivenire ad un accordo con il governo polacco in esilio a Londra, per la
costituzione in Russia di un nuovo esercito Polacco Libero che il Comando di
Mosca avrebbe dovuto formare e favorire, e il cui comando sarebbe stato
affidato al generale Anders. L’obiettivo era quello di utilizzare le truppe
polacche sia a fianco dei sovietici che a fianco dei britannici, entrambi
impegnati contro le forze del Reich. E pur non vedendo di buon occhio la
ricostituzione di un esercito polacco autonomo, Stalin fu costretto a
collaborare. Una volta liberato dal carcere, Anders si mise subito in contatto
con i vertici militari sovietici per chiedere notizie circa il destino degli
oltre 250.000 soldati (e 750.000 civili) polacchi deportati in Russia. Ma ad Anders
non occorse molto per capire che una gran parte di questi erano misteriosamente
“scomparsi” nei campi di concentramento russi. Dietro ordine di Stalin, il
Comando russo lesinò al generale polacco sia informazioni che aiuti o mezzi,
giustificando il tutto con l’emergenza guerra nella quale si stava dibattendo
il paese. Senza considerare che, pochi mesi dopo l’inizio del suo lavoro, ad
Anders venne fatto capire che il dittatore di Mosca non aveva alcuna intenzione
di equipaggiare, armare e fare combattere alcun soldato polacco in difesa dello
stesso suolo russo minacciato dalle armate tedesche. E fu così che nella
primavera del 1942 Anders chiese a Stalin almeno il permesso di trasferire
159.000 ex prigionieri polacchi (gli unici trovati ancora in vita nei gulag) in Persia e successivamente, con
l’aiuto dei britannici, Palestina, dove il locale Comando inglese avrebbe
provveduto ad addestrarli, armarli ed inserirli nelle armate impegnate in
Africa Settentrionale. Anders stimava che oltre un milione di polacchi
venissero lasciati in Russia. Dopo le note vicissitudini, ciò che rimaneva
dell’”Armata” di Anders raggiunse finalmente la Palestina, dove venne
acquartierato in appositi campi. La nuova Armata polacca concluse il suo ciclo
di addestramento nel dicembre 1943, venendo poi trasferita dapprima a
Quassassin (Egitto) e in seguito (gennaio 1944) in Italia, dove andò ad
affiancarsi all’8ª Armata inglese. Nel corso della campagna d’Italia, i reparti
del generale Anders ebbero modo di distinguersi sulle alture di Monte Cassino,
maggio 1944, e, nell’agosto dello stesso anno, sul fronte adriatico. Dopo la
resa tedesca (8 maggio 1945), l’Esercito di Anders, che in seguito
all’occupazione sovietica della Polonia era diventato per gli Alleati un
“serio” imbarazzo politico, venne smobilitato. E dei suoi 123.000 uomini,
soltanto 77 ufficiali e 14.000 soldati accettarono di fare ritorno in patria.
BIBLIOGRAFIA:
Henrik Krog, Oleg Sheremet e William Wilson, The Russian Polish campaign, Sito Internet.
Gilbert, Martin. The Second World War: A Complete History. New York: Henry Holt and Company, 1991.
Keegan, John. The Second World War. New
York: Penguin Books, 1990.
James Sontag and James Stuart Biddie Nazi-Soviet Relations, 1939-1941: Documents
from the archives of the German Foreign Office. Ed. Raymond. US Dept. of
State, 1948.
U.S. War Dept. General Staff. Digest and Lessons of Recent Military
Operations: The German Campaign in Poland,
September 1 to October 4,
1939. Wash, 1942
"Benito Jacovitti: breve storia di un disegnatore geniale". Di Alberto Rosselli.
Benito Jacovitti
BREVE STORIA DI UN DISEGNATORE GENIALE.
JACOVITTI: MATITE, SALAMI E GLORIA
di Alberto Rosselli
Intervistato a proposito della sua discussa collaborazione con Linus, Jacovitti disse: “Lasciamo perdere. Da sinistra ci sono state delle persone che hanno scritto a Linus dandomi del fascista, mentre ad alcuni tizi dell’estrema destra che mi hanno addirittura telefonato minacciandomi di morte, ho risposto: Ricordatevi che mi chiamo Benito!.Eia eia alalà!”
Sempre in quegli anni d'oro Jacovitti creò gli indimenticabili “Diariovitt”, i diari scolastici (i cui testi erano curati da personaggi del calibro di Roberto Gervaso, Indro Montanelli, Sergio Zavoli, Sandro Paternostro e Ruggero Orlando) sui quali un paio di generazioni si sono ‘formate’ culturalmente. Poi un lento declino. Forse a corto di nuovi tipi di salami, Jacovitti incominciò a divorare se stesso, a ripetersi un poco, seppur con la solita maestria, in illustrazioni e narrazioni meno incisive, almeno se confrontate con quelle partorite tra il 1965 e il 1972. Ormai relegato ai margini di un mondo creativo già intaccato dalle mode stilistiche giapponesi e da una sorta di rassegnazione nei confronti di uno smaccato impegno socio-politico o pornografico, Jacovitti iniziò a chiudersi e a lavorare fino alla morte, con eguale passione, a progetti probabilmente più maturi che tuttavia non ebbe né voglia né tempo di proporre. In fondo era un tipo che non aveva mai amato stare sul palcoscenico, e nemmeno tra la gente. “A me dà fastidio la folla. Non ho mai visto una partita di calcio per non stare in mezzo alla folla. Non vado mai in tram perché la gente ti sta addosso. Sono solitario. Gli umoristi sono o tristi, o solitari, o matti. Io sono tutte e tre le cose, un clown… Sto in mezzo, faccio cose strane e la folla intorno… Il mio umorismo è basato sull'assurdo, anche se ho dei riferimenti ad un'epoca precisa, gli anni Trenta: i vestiti, i costumi, le automobili di Ridolini, gli aerei tozzi. E poi sembrava che tutto funzionasse meglio, la posta arrivava il giorno dopo… Ma forse perché ero ragazzo e quando si è ragazzi si è più felici”.
Senza apparenti rimpianti e soprattutto in punta di piedi, l’inventore di Cocco Bill se ne andrà per sempre il 3 dicembre 1997.
giovedì 10 gennaio 2019
Presentazione del libro "Breve storia della guerracivile russa, 1917-1920", di Alberto Rosselli. Correlatore: Fabio Bozzo.
Appuntamenti culturali a Genova.
PREFAZIONE
Ogni anno il governo
russo spende 170 mila euro per rifare il look alle spoglie di Lenin,
imbalsamate ed esposte, a partire dal 1924 (anno della sua morte) nel mausoleo
creato appositamente sotto le mura del Cremlino. Nostalgici (sempre meno),
turisti (sempre di più) e necrofili (immutato il loro numero) continuano a
visitarla. Dopo Tutankamon, è la mummia più visitata al mondo. Ma già il leader
Boris Eltsin aveva in testa un piano per fare seppellire Lenin lontano dal
cuore di Mosca. A quell’epoca, l’afflusso turistico verso la Russia non era
ancora di moda, e quella salma al centro del palazzo del potere moscovita dava
fastidio: era ritenuta antiestetica, rammentava tristi e drammatiche vicende: insomma
stonava con il nuovo corso della Russia moderna e non più comunista. Venti anni
or sono, in seguito ad un sondaggio, il 55 per cento dei moscoviti si era
pronunciato per l’eliminazione dei resti di Lenin, anche perché oltretutto
girava voce che la presenza del padre del proletariato, menasse anche gramo per
le sorti della città. Anche se – in quanto uomo di Chiesa, l’allora Patriarca
di tutte le Russie, Alessio II, uomo non superstizioso, si limitò a caldeggiare
cristianamente una degna sepoltura della salma in un normale cimitero. Tuttavia,
salito al potere Vladimir Putin, avvenne un ripensamento, e il nuovo leader
optò per una conservazione in loco, sperando – così sembra – che potesse
servire per incrementare il flusso turistico. In fin dei conti, Lenin
rappresentava un grande, rivoluzionario, anche se fallito, ‘sogno ideologico’
di portata planetaria.
Ma chi fu veramente
Lenin? Fu colui che incarnò la ‘prima fase’ dello sterminio di un popolo (la seconda
venne affidata al suo ben più sanguinario successore, cioè a Josif Stalin, le
cui spoglie mortali vennero, nel 1961, fatte tumulare da Nikita Krusciov ben
lontano dal Cremlino. Quanta acqua è passata, da allora, sotto i ponti. E
quanti cose sono, nel frattempo, sapute sulle possenti e mitiche ‘imprese’ di
Lenin, la ‘mummia rossa’ del Cremlino. Oggi tutti sanno che, aldilà del mito,
Lenin fu ben altra cosa. Seppur dotato di brillante e sottile acume, sotto il
profilo politico, Lenin non fu altro che un abilissimo ‘golpista’ che conquistò il potere avendo non
più del nove per cento dei voti e servendosi dell’esercito e dell’artiglieria
per imporre il suo credo. Insomma, si comportò né più né meno di un qualsiasi
generale sudamericano. Lenin, come è noto, aveva in mente di «abolire il capitalismo e lo Stato», ma
la prima cosa che fece fu quella di creare il «capitalismo di Stato» (definizione sua). Dopo avere sterminato l’aristocrazia,
i possidenti terrieri e il clero (e fin qui, almeno, si dimostrò coerente con
quanto aveva sempre predicato), passò alla seconda fase, cioè l’eliminazione
degli ex alleati, cioè i «socialrivoluzionari di sinistra» (che lo aveva
aiutato a conquistare la Duma, cioè al Parlamento di Pietroburgo). Quindi,
Lenin passò alla terza fase, cioè lo sterminio degli anarchici, soprattutto di
quelli ucraini. Il testo di Alberto Rosselli (storico genovese molto navigato e
autore di numerosi testi ‘politicamente scorretti’), che vi accingete a leggere
racconta con precisione e con coinvolgimento il fiume di sangue che Lenin e i
suoi accoliti fecero scorrere nelle terre russe dal 1917 al 1920, in
concomitanza con la Rivoluzione d’Ottobre e con la successiva Guerra Civile che
contrappose i bolscevichi alle forze ‘bianche’. A questo proposito, Rosselli
fornisce un dettagliato resoconto(supportato da dense, ma utili note) relativo
a quest’ultimo, cruento e complesso evento, elencando campagne e battaglie, e
ricordando l’ambiguo e discontinuo intervento delle Potenze dell’Intesa a
sostegno dei generali ‘bianchi’.
Venne poi, nel marzo
1921, la quarta fase del Piano Lenin: lo sterminio dei marinai di Kronstadt,
che pure erano stati determinanti per il successo del leader marxista. A
sterminarli provvide, alla testa dell’Armata rossa, Lev Trotzky, che, compiuta
la missione, inviò a Lenin un telegramma che la dice tutta: «Li ho massacrati come anatre nello stagno».
E si trattava di anatre ‘comuniste’.
Si leggano poi le
stringate ma inequivocabili pagine che Alberto Rosselli dedica alla
ricostruzione del primo episodio del terrore rosso, il massacro della famiglia
dello zar, portato a termine il 17
luglio 1918, quando a Ekaterinburg (cittadina situata della Russia centrale,
sulle estreme propaggini occidentali degli Urali), l’intera famiglia reale composta
dallo zar Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna, i loro figli (le
granduchesse Olga, Tatjana, Marija, Anastasija e lo zarevic Aleksej Nikolaevic Romanov) e da alcuni membri del seguito,
vennero barbaramente uccisi a colpi di pistola da un distaccamento della Ceka (la Polizia politica) agli ordini
del commissario comunista Jakov Michajlovic Jurovskij. Fu soltanto l’inizio.
Per citare un solo esempio, nel periodo 15 ottobre - 30 novembre 1918, in 12
province della Russia scoppiarono 44 sommosse spontanee anti-bolsceviche nel
corso delle quali vennero arrestate 2.320 persone, milleseicento delle quali
furono subito impiccate o fucilate. Una inezia, se si pensa che i componenti
«Armata verde» del generale Aleksandr Stepanovič Antonov, che avevano osato disubbidire agli ordini sanguinari di Lenin, furono
fatti prigionieri e passati per le armi: 50 mila morti. La repressione
bolscevica non portò soltanto al massacro di parecchi milioni tra russi
bianchi, ucraini anti-bolscevichi o appartenenti alle numerose e variegate
minoranze etniche e religiose dell’ex-Impero zarista, ma si abbatté come una
scure anche su tutti i partiti e i movimenti politici anarchici e di sinistra
non allineati. Esistono a questo proposito numerose testimonianze circa le
centinaia di migliaia di operai e contadini che vennero fucilati o impiccati
dalla Ceka per “alto tradimento nei confronti dell’ideale rivoluzionario”.
Il libro di Alberto
Rosselli ha infine il merito di aver posto in risalto la figura di Pêtr Stolypin,
un grande padre della moderna Russia, ingiustamente dimenticato. Autore di un
rivoluzionario e avveniristico piano di industrializzazione e di ammodernamento
del settore rurale (per secoli unica fonte di vita e di sopravvivenza per le
popolazioni russe), fu osteggiato sia dai latifondisti terrieri, sia dal
rivoluzionari di Lenin, che finirono per assassinarlo nel 1911. Come sottolinea
Rosselli, «Se Stolypin avesse avuto il tempo di realizzare le innovazioni
socio-economiche che aveva in mente, la Rivoluzione d’ottobre del 1917 non si
sarebbe mai verificata, mutando il corso della storia mondiale».
Ecco anche perché il
lavoro di Rosselli va considerato uno strumento agile, ma utile per aiutarci a
capire il passato, ma anche per comprendere l’evoluzione e il futuro della
stessa Russia.
Luciano Garibaldi
mercoledì 9 gennaio 2019
Recensione del libro "L'Ultima colonia - La guerra in Africa Orientale Tedesca, 1914-1918" di Alberto Rosselli.
Terza Edizione de "L'Ultima Colonia"
Autore: Alberto Rosselli
(ASI) L’operazione di revisione e ristampa de “L’ultima colonia” di Alberto
Rosselli potrebbe dare, a chi non conoscesse l’autore, l’idea di un
lavoro, di semplice restauro di un’opera, tutto sommato un po’ obsoleta
e, comunque, eccentrica, rispetto alle rotte solitamente battute dalla
storia militare. E sarebbe un errore di valutazione madornale. In Italia
si scrivono molti libri di storia e, massime, sul Novecento e sui due
conflitti mondiali: sovente, si tratta di opere, queste sì eccentriche,
dedicate a temi monografici estremamente circoscritti o, addirittura, a
cimeli memoriali di famiglia. Assai più spesso, però, si tratta di
lavori superflui, su temi abusati o ovvi, in cui non ci si discosta di
un centimetro da un’opprimente vulgata, che venne tracciata negli anni
Ottanta e Novanta da una legione di ricercatori politicamente impegnati,
il cui principale obiettivo non era raccontare la storia ma dimostrare
al lettore che la guerra è un male. Certo che la guerra è un male: ci
mancherebbe! Tuttavia, bisognerebbe, a questo punto, dare la cosa per
dato acquisito e cercare, finalmente, di spiegare al pubblico che legge i
libri anche la sostanza del conflitto, che, non dimentichiamocelo, è un
fenomeno storico come qualunque altro. Anche per questa ragione, la
nostra storiografia militare, fatta salva qualche valorosa eccezione,
non gode di particolare stima all’estero. L’immediato effetto di questa
diffusa disistima consiste in un comune atteggiamento di
sottovalutazione dell’importanza del fronte italiano nell’economia della
Grande Guerra e, più in generale, in una impressione di
antiscientificità della nostra storiografia: tanto da considerare anche
saggi di una notevole profondità (mi viene in mente l’opera di Antonio
Sema sul fronte isontino) come afflitti da questa sorta di “tabe”
italiana. Quando, nel mondo anglosassone, venivano scritte le opere
fondamentali di Mosse, di Fussel, di Keegan, solo per citarne alcuni, in
Italia eravamo ancora inchiodati ad un’epistemologia strumentale e ad
una saggistica in cui si paragonava Garibaldi a Cossutta e che andava a
cercare testimonianze sui plotoni d’esecuzione, trascurando la
strategia, la tattica e, nonostante qualche titolo accattivante, perfino
la mitologia della Grande Guerra. Va da sé che Rosselli non si è mai
posto in questa scia: anzi, per la verità, è uno storico che ha sempre
cercato di farsela da sé, la propria scia. Raramente, questa operazione
si è rivelata in sintonia con le più interessanti avanguardie della
storiografia militare come nel caso di questo libro: il che ne fa
un’opera tutt’altro che eccentrica o marginale, ma la colloca a pieno
diritto nel mainstream della saggistica di questa generazione, per
fortuna, a quanto pare, più libera dalle pastoie della correttezza
politica. Ci si è, alla fine, resi conto che, a furia di spaccare il
capello in quattro su due o tre temi centrali della ricerca storica
sulla Grande Guerra, ci si era clamorosamente incartati: la storia
basata sul Materialschacht, la storia che parta dalla
letteratura, la storia delle classi sociali attraverso la guerra, hanno
da tempo esaurito il proprio filone aurifero. L’attenzione dei più
avvertiti tra i ricercatori della nuova generazione si è rivolta al
concetto di “mondialità” della Grande Guerra. Autori di assoluto valore,
come Stevenson e, soprattutto, Hew Strachan, si sono dedicati alla
stesura di storie della prima guerra mondiale che tengano conto in
maniera rilevante anche del panorama extrauropeo e coloniale, nel
tentativo di restituire a quel conflitto il suo carattere autentico, di
guerra totale. Insomma, si è sempre parlato di guerra mondiale e, alla
fine, ci si è ritrovati a parlare di un fazzoletto di terra che sta tra
la Svizzera e il Mare del Nord, tra lo Stelvio e Monfalcone o tra la
Masuria e i Carpazi. Al massimo, ci si è spinti ad analizzare la guerra
navale nell’Atlantico, in qualche capitoletto accessorio. Invece, la
Grande Guerra venne combattuta in quattro continenti e, se pure le forze
schierate furono molto modeste, rispetto ai milioni di uomini impegnati
in Francia o in Galizia, essa ebbe un’importanza notevole e, in certi
casi, decisiva, per le linee di approvvigionamento, per la logistica
globale del conflitto e, nel caso di cui si parla in questo libro, anche
per i suoi effetti psicologici, durante e, addirittura, dopo la fine
delle ostilità. Per questa ragione, la scelta di Rosselli di riproporre,
con ampie revisioni, il suo libro sulla guerra anglo-tedesca nell’
Africa sudorientale è del tutto comprensibile: si tratta di un lavoro di
settore, attento e documentato, che, quando godette della sua prima
pubblicazione, passò sotto un colpevole silenzio, da parte di un mondo
accademico tutto concentrato sulla solita vulgata. Perché, va detto,
esistono molteplici vulgate: non si deve credere che la “vulgata
resistenziale” denunciata dal De Felice, sia la sola ad affliggere
atenei e ricerche storiografiche. Ogni fenomeno della storia moderna e
contemporanea possiede, qui in Italia, la sua brava vulgata: viene, per
così dire, addomesticato ai fini di una sua decisiva spendibilità
politica. Fu naturale, ai tempi, che il saggio di uno storico come
Alberto Rosselli, intellettuale del tutto non allineato con questo
sistema, e dedicato ad un argomento estraneo al mondo della ricerca
italiana, non ricevesse l’attenzione che meritava. E’ brutto dirlo, ma è
la verità. Questa nuova edizione, pur coi limiti oggettivi di un’opera
di nicchia e di una materia che incontra i favori del botteghino assai
meno di altre (Dan Brown, con la sua fantastoria usa e getta, fa scuola,
in questo senso), è un libro di godibilissima lettura e di profonda
scienza: c’è da scommettere che, se raggiungesse il grande pubblico,
potrebbe ottenere un notevole successo. Il punto è sempre quello:
arrivare alla gente. La storiografia gode di un formidabile impianto di
filtraggio: filtraggio all’origine, quando le università selezionano i
ricercatori secondo criteri di omogeneizzazione, e filtraggio alla fine,
quando la distribuzione snobba le opere che non abbiano un certo
imprimatur. Così è la vita, almeno nel nostro Paese. Chi scrive nutre la
speranza che questa ed altre fatiche di Alberto Rosselli possano godere
del meritato successo, perché si tratta di lavori intelligenti, chiari,
illuminati: ma sa bene che è una cosa un po’ difficile. Venendo, ora,
alla materia di questa breve prefazione, “L’ultima colonia”, l’opera di
Rosselli procede, con encomiabile organicità, alla descrizione e, molto
più, alla spiegazione di uno scampolo di Grande Guerra che, in qualche
modo, potrebbe assurgere a simbolo di due concetti contrapposti di
tattica militare: da un parte, infatti, i protagonisti furono i soldati,
metropolitani ed indigeni, delle truppe germaniche del Tanganika
(Tanzania), comandati dal celeberrimo colonnello Lettow-Vorbeck,
grossomodo dell’entità di una divisione (circa 3.000 europei ed 11.000
indigeni), mentre, dall’altra, si contrappose loro un’intera (sebbene
assai composita) armata britannica, di più di 150.000 uomini. Le ragioni
dei successi di Lettow-Vorbeck vengono analizzate con scrupolo, ma
Rosselli fa anche qualcosa d’altro: cerca di entrare nel ventre di
questa guerra, così lontana, geograficamente e psicologicamente, da
quella che si combatteva nelle Fiandre e, com’è nel suo costume, di
restituirci uno Stimmung, lo spirito di un evento. Sarebbe
semplice, per qualunque storico militare, riassumere il senso di questa
battaglia, che si protrasse, con alterne vicende, dal 1914 a oltre la
fine della guerra (quando Lettow-Vorbeck si arrese, l’armistizio era
scattato da due settimane e egli venne salutato, al suo arrivo a
Berlino, come un trionfatore), risolvendola in un mero scontro di
tattiche: ogni battaglia, anche la più diluita nel tempo, ha il suo Schwerpunkt
e, in fondo, basta individuarlo per spiegarne il senso. Questa, tra
tedeschi ed inglesi, però, non fu soltanto una battaglia: fu uno scontro
di sistemi, di esperienze e di intelligenze. E una della ragioni dei
successi germanici consistette proprio nel sistema: i britannici
affidavano i comandi subalterni delle loro truppe coloniali (che erano
professionali, va ricordato) a dei funzionari, che, spesso, incarnavano
il carattere burocratico e pedante tipico del colonialismo inglese.
Lettow-Vorbeck era un soldato: uno Junker che si era fatto le ossa in
mezzo mondo, facendo la guerra. Da una parte, insomma, c’era la
burocrazia e, dall’altra, c’erano l’addestramento e la capacità di
adattarsi al campo di battaglia: un campo di battaglia enorme ed
ambientalmente variegato e complesso. C’erano i “diavoli della foresta”,
capaci di marciare per decine di chilometri in un territorio
impossibile. D’altronde, questa diversa mentalità era già apparsa molto
chiaramente durante il conflitto boero del 1899, quando le truppe di
Smuts e di Botha tennero in scacco per anni i celebrati reggimenti di
sua maestà, con una guerra fatta di rapidi spostamenti, di agguati, di
sorprese e di taglio delle linee di rifornimento. Non a caso,
Lettow-Vorbeck partecipò come osservatore (e, forse, come suggeritore) a
quel conflitto, dal quale apprese gli elementi chiave della sua tattica
militare, fondata sulla guerriglia. E, sempre non a caso, gli Inglesi,
durante la guerra, dopo una serie di insuccessi, mandarono proprio Smuts
a contrastare l’avversario in Tanganika. La logistica è l’elemento
chiave della condotta di una guerra: interromperla significa accecare,
affamare, disorientare e, infine, sconfiggere il nemico. Questo facevano
i boeri e questo fece Lettow-Vorbeck: questo, su scala enormemente più
vasta, stava cercando di fare l’impero britannico alla Germania, con il
blocco navale; e la guerra in Africa ne fu una diretta conseguenza. Le
note vicende del Koenigsberg, di cui Rosselli, in questo libro, ci dà
puntuale notizia, si collocano, a loro volta, in questo contesto: nella
lotta per mantenere o togliere gli attracchi africani alle navi da
trasporto e da guerra. Suez era fuori portata, per la Germania, e la
vecchia rotta circumafricana era l’unico modo per ottenere rifornimenti:
di qui l’importanza vitale di mantenere una rete costiera e di non
perdere una testa di ponte nell’Africa subequatoriale. Bisognerebbe dire
che, probabilmente, 14.000 uomini per perseguire questo obiettivo erano
troppo pochi: si tenga però presente che i contatti tra quelle truppe e
la Madrepatria furono, salvo un paio di casi fortunati, del tutto
impossibili. Lettow-Vorbeck fu solo, a condurre la sua lunghissima
campagna. Dunque, molte sono le cose da comprendere e di cui tener
debito conto: a partire dalla politica coloniale e dalla corsa
all’Africa, in cui la Germania guglielmina giunse buon’ultima. Proprio
da questo snodo, prende le mosse questo libro: opportunamente, Rosselli
ci introduce gradualmente nel centro della questione, dipingendo, con
tratto rapido ed efficace, un mondo, un’epoca scomparsa, che è l’epoca
delle grandi colonie africane. Non si tratta di un merito da poco: le
rotte coloniali della seconda metà del XIX secolo e dei primi anni del
XX seguirono linee complicate, costellate di crisi internazionali e di
trattati, la cui conseguenza più evidente sono quei confini subsahariani
che paiono tracciati con la squadra, indipendentemente da etnie e
popoli: molte catastrofi recenti sono derivate da quella caotica
spartizione del bottino. Poi, l’autore procede seguendo i dettami della
più classica storiografia militare, dimostrando, una volta di più, la
sua formidabile duttilità ed il suo eclettismo: Rosselli scende in campo
e descrive, per così dire, l’ordine di battaglia, ossia le forze
contrapposte; da questo anche il lettore più sprovveduto può facilmente
constatarne la sproporzione e cogliere la statura militare di
Lettow-Vorbeck. Esaurita l’approfondita disamina delle truppe e delle
dotazioni, il libro passa dalla storia annalistica alla storia narrativa
e prende a dipanarsi come un appassionante romanzo di guerra: e da
romanzo fu, senza dubbio l’epopea delle Schutztruppen africane,
con continui colpi di scena e funamboliche manovre. La maggior parte di
questo libro è, dunque, dedicata ad un’analisi capillare, ma mai
noiosa, degli avvenimenti e dei vari protagonisti e comprimari della
lunghissima campagna: e non è una parte che faccia rimpiangere, per
esattezza ed acutezza, il Rosselli storiografo annalista. Anche il
sottpscritto, pure essendo, purtroppo, costretto dal mestiere a
consultare centinaia di opere specialistiche sulla Grande Guerra, resta
ogni volta ammirato, di fronte a questa capacità straordinaria di
Rosselli di raccontare, sintetizzando, ma senza mai togliere nulla che
non sia degno di ablazione: una lunga frequentazione e collaborazione mi
lega all’autore, eppure è sempre con un misto di invidia e di sincera
ammirazione che leggo le sue pagine, scorrevoli e, al contempo, dense di
storia. Tra tutti i suoi libri, questo “L’ultima colonia” è forse
quello che più si avvicina ad un ideale romantico di racconto storico:
un Michelet, si parva licet, che, però non concede nulla alla fantasia.
Non mancano, naturalmente, gli episodi particolari, in questo racconto:
la storia è fatta anche di curiosità e di aneddoti, non soltanto di
cicli che si ripetano o di meccanismi automatici. Tra questi, citiamo
quello, che ha veramente dell’incredibile, della spedizione di
rifornimento e soccorso effettuata dallo Zeppelin L59/17, che avrebbe
dovuto percorrere, senza prevedere un ritorno, la distanza tra il campo
bulgaro di Jambol e l’Ost-Afrika, circa 7.000 chilometri, trasportando
decine di tonnellate di rifornimenti e di armi. Il grande dirigibile
venne fermato a metà strada, per la falsa notizia della resa di
Lettow-Vorbeck e tornò indietro, dopo aver percorso quasi 3.500
chilometri, nel novembre del 1917: un romanzo nel romanzo, si potrebbe
dire. Numerosi sono gli aneddoti che meriterebbero spazio in questa
prefazione: nulla, però, si vuole togliere al paicere del lettore nello
scoprirli. Con lo spostamento delle Schutztruppen in Mozambico, il
conflitto si avviò verso l’epilogo: mentre, in Europa, l’offensiva
Hindenburg si arenava definitivamente sui vecchi campi di battaglia del
1914, in Africa, il destino della colonna Lettow-Vorbeck andava
delineandosi; e, forse, questo epilogo era previsto fin dall’inizio dal
comandante germanico, che non era uno sprovveduto. Il che rende ancora
più nobile ed interessante la sua figura. Di nuovo, i tedeschi puntarono
verso nord, in questa gara a rimpiattino che aveva caratterizzato tutta
la condotta della guerra, tra colpi di mano audacissimi ed agguati
feroci, finchè, con qualche giorno di ritardo rispetto al resto del
mondo, giunse anche a Lettow-Vorbeck la notizia della cessazione delle
ostilità. Come detto, il 25 novembre, il contingente tedesco
dell’Ost-Afrika si arrese al generale Edwards e a Van Deventer, il
grande avversario di Lettow-Vorbeck: il Kaiser aveva lasciato la
Germania già da 17 giorni e da 14 la prima guerra mondiale era finita.
Questa scritta da Rosselli, insomma, è la storia di un crepuscolo, di un
Goetterdaemmerung: ma si tratta, pur sempre di un bellissimo crepuscolo. E, va da sé, di un bellissimo libro.
Fonte: Redazione http://www.agenziastampaitalia.it
domenica 6 gennaio 2019
martedì 1 gennaio 2019
Cristianesimo e marxismo: dialogo improponibile. di Alberto Rosselli.
CRISTIANESIMO E MARXISMO: DIALOGO IMPROPONIBILE
“Il dialogo tra comunisti e cattolici è diventato possibile solo da quando i comunisti hanno iniziato a falsificare Marx, e i cattolici Cristo”. Nicolás Gómez Dávila
di Alberto Rosselli
Prima di affrontare lo spinoso. dibattuto e sempre attuale tema riguardante i rapporti e le suddette illusorie analogie tra cristianesimo e marxismo (ad esempio quello cinese), appare indispensabile porre una premessa, o meglio chiarire un punto. Occorre cioè distinguere l’essenza della cosiddetta società civile, quale espressione di una qualsivoglia struttura politico-organizzativa umana, dall’essenza della Chiesa in quanto espressione del cristianesimo, cioè di una fede religiosa. La prima entità, soggetta come è alle leggi dell’evoluzione storica e sociale, tende giocoforza – nel divenire del tempo – a trasformarsi; mentre la seconda, nella sua sostanza, tende invece a rimanere immutabile nello spazio temporale in quanto lo stesso concetto di tempo non le appartiene. Essa, infatti, non abbisogna di divenire o trasformarsi in quanto è e sussiste in Cristo e nella sua parola. In buona sostanza, la società civile si vede costretta per forza di cose a vivere in una dimensione prettamente terrena, contingente, cioè nella Storia, mentre l’istituzione ecclesiastica può, al di là delle apparenze, eludere questa costrizione possedendo la dimensione dell’Eterno che è Dio. Per questa ragione essa quindi avanza nei secoli vivendo sempre una medesima, immutabile realtà. Anche a dispetto di violente crisi, la Chiesa può fare conto su un suo secolo e su un suo tempo. Vive cioè nel mondo, ma non si nutre affatto del mondo.
Agli albori del XXI secolo, allo schiudersi di questo nuovo millennio denso di incertezze esistenziali, il Cristianesimo si trova ad affrontare un grave dilemma: adeguarsi alla mentalità di un epoca intrisa di materialismo e mondanità, mettendo da parte tutto ciò che caratterizza il suo credo in quanto religione (magari per ottenere nuovi spazi, per immergersi maggiormente nel sociale e per tentare di avvicinarsi di più alla gente risolvendone più che altro le ansie economiche, cioè le problematiche terrene), oppure può continuare a mantenere salda la propria, insostituibile e imprescindibile vocazione soprannaturale scontando con l’incomprensione e perfino con la persecuzione la fedeltà ai propri eterni principi. Data la natura e le finalità della religione cristiana, appare subito evidente che con il perseguire di eccessivi (seppure idealmente giusti) e arditi compromessi terreni i generosi fautori del Cristianesimo Sociale rischiano con la loro azione di sfigurare in realtà il vero volto della Chiesa, cioè quello di Cristo. Il Cristianesimo è e rimane, almeno per chi crede, una fede. Quindi, o lo si accetta in toto o lo si rifiuta in toto. In un epoca tecnologica in cui tutto è possibile e lecito, tutto è in sostanza diritto, mentre il dovere viene concepito come un faticoso optional, sussistono margini di discrezionalità o di capriccio assai ampi e impropri nell’affrontare e nel fare propria questa delicata scelta
Da decenni, alcuni intellettuali marxisti, post marxisti e cattolici progressisti sono infatti soliti proporre un’ipotesi assolutamente infondata. Se Gesù – essi sostengono – tornasse fra noi e decidesse di buttarsi in politica, si assocerebbe al credo egualitario marxista? Non sono infatti i comunisti una sorta di inconsapevoli cristiani in cerca a di una nuova Chiesa più “umana” e più giusta che soddisfi appieno le loro aspirazioni di eguaglianza? E in fin dei conti non sono sempre stati i seguaci di Marx a schierarsi in prima fila dalla parte dei poveri e a predicare la parità come in fondo fece Gesù? E ancora. Non è forse tempo che la Chiesa, che si è compromessa per lungo tempo con il Potere (almeno dall’ascesa al trono dell’imperatore Costantino), avvii un’opera di purificazione affinché ritrovi il vero senso del Vangelo?
Di fronte a questi interrogativi sorge però spontanea una contro domanda. Può in realtà sussistere la condizione di conciliazione reale tra cristianesimo e marxismo? Da un’attenta e non polemica analisi razionale sembrerebbe proprio di no, e con buona pace di quei cattolici “storicisti” che sono adusi ad interpretare il verbo evangelico in chiave esclusivamente sociale e terrena, tentando di depurarne la reale essenza trascendentale e metastorica.
Ma vediamo i motivi di tale incompatibilità di fondo. Tanto per cominciare la decisa negazione del concetto di “al di là”, caratteristica del credo marxista, annullerebbe di fatto uno dei pilastri della fede e rischierebbe di incidere, lentamente ma inesorabilmente, nei comportamenti intellettuali e fattuali del militante cattolico, soprattutto quello impegnato nel sociale, allontanandolo dal concetto di dogma e quindi di fede. Anche se, come è noto, dalla caduta del Muro di Berlino, cioè dalla fine del sogno comunista, i neo marxisti, ormai orfani di una chiesa materialista estinta, sono passati dal rifiuto a priori dell’oppio della religione ad un atteggiamento di graduale assimilazione dello stesso credo cristiano, facilitati in questa manovra proprio dalla ingenuità (in parecchi casi dalla connivenza) di molti cattolici impegnati nell’azione esclusivamente sociale e materiale. Comunque sia, partendo dal presupposto, ovviamente teorico, dell’esattezza delle analisi socioeconomiche marxiste, i teologi della “liberazione” non farebbero altro che accettare presupposti ideologici e che li condizionerebbero, cosicché quella che in ultima analisi dovrebbe essere una semplice integrazione o rivalutazione del pensiero cristiano tenderebbe, invece, di trasformarsi in una palese conversione dal cristianesimo al marxismo o a qualcosa di simile. Senza considerare che parlare oggi di marxismo è un po’ come parlare dell’esperanto e della sua utilità come strumento di comunicazione universale; significa cioè discutere circa l’utilità di una lingua in effetti reale, ma la cui applicazione pratica non risulta più che teorica, cioè impossibile.
Posto il valore ideale supremo di una rivoluzione sociale (ci riferiamo sempre a quella marxista in senso storico) che nel suo slancio emotivo ha preteso di attuarsi attraverso la lotta di classe e mediante il sovvertimento o la modifica di una scala sociale, l’idea di una contestuale attribuzione trascendentale nella quale immergersi (quella legata al credo cristiano), perderebbe inevitabilmente il suo significato; anche perché nella prassi e nell’azione ideologica, la stessa Verità piuttosto che “essere” (cioè come è intesa nel Vangelo) tenderebbe ad “attuarsi”, proprio nel contesto di un divenire puramente e limitatamente storico. Più precisamente, il primato esclusivo del divenire materiale sull’essere metastorico relativizzerebbe e vanificare tutti i valori metafisici del cristianesimo. Scompenso che si riscontrerebbe anche nella disamina del carattere trascendente della distinzione tra bene e male, laddove, secondo il materialismo, l’etica viene obbligatoriamente dissolta nell’azione sovvertitrice delle gerarchie e delle prassi socio economiche. E con questo, il passaggio all’immanentismo storicistico diventa quindi inevitabile. Dio inizia, erroneamente, ad essere identificato con la Storia intesa come travagliato processo di auto-redenzione dell’uomo tramite la lotta di classe. L’uomo e le sue idee prendono il posto di Dio e del suo progetto trascendente e salvifico. Anche se, come è noto, il cristianesimo non trova mai nella Storia il criterio della sua verità, ma al contrario lo ricerca nella Rivelazione: A differenza del marxismo (ma anche del liberismo) il cristianesimo non vive, infatti, nel tempo che scorre poiché questa fede nel suo profondo custodisce già una verità trascendente che si sottrae al ciclo morfologico delle culture e delle società: soggetti terreni che hanno per loro natura un inizio e una fine. Tutto infatti scorre, rimane soltanto la verità di Cristo. L’assolutizzazione della rivoluzione classista corrisponde poi ad una assolutizzazione della politica, dove ogni affermazione della fede e della teologia viene subordinata ad un criterio politico. In sintonia con l’opposizione marxista della “filosofia della prassi” a quella speculativa, i teoreti della liberazione sono soliti sostituire l’ortoprassi all’ortodossia, con lo scopo di elevare il metodo rivoluzionario a criterio supremo della verità teologica. Di conseguenza, e non a caso, alla nozione di povero delle Sacre Scritture si è tentato (e si tenta ancora, anche se in maniera surrettizia) di sostituire quella marxista di proletario. Ma attenzione, la miseria del proletariato viene comunque intesa dai marxisti come una forza rivoluzionaria capace di creare una nuova società dopo averne distrutta un’altra, adoperando in questo contesto finalità e metodi assolutamente distanti e contrastanti dal pensiero di Cristo. La vagheggiata “Chiesa del Popolo” altro non è che una “Chiesa di Classe”, mentre, al contrario, la Chiesa è di tutti, poiché tutti gli uomini, poveri e ricchi, sono “figli di un unico riscatto”. La ragione di fondo che spinge ad una socializzazione della Chiesa sta nel fatto che il marxismo e certo cattolicesimo sociale considerano ancora la Chiesa universale e la teologia tradizionale come espressione di un organismo sostanzialmente reazionario e oppressivo. E sulla base di questa errata considerazione le cosiddette teologie della liberazione sono solite formulare risposte, ovviamente sbagliate, ad un problema a tutti gli effetti reale, cioè quello della povertà e dell’ingiustizia. Questione, quest’ultima, che, soprattutto in certe nazioni come quelle del Terzo Mondo, economicamente depresse o sfruttate da regimi militari (di destra e di sinistra) o da dittature capitaliste o comunque fondanti su quei concetti di modernismo e produttività riferibili sia al liberismo sia allo stesso marxismo, appare dolorosamente reale. D’altro canto, laddove i valori dello spiritualismo cristiano hanno ceduto il passo a quelli dello storicismo e del materialismo l’uomo ha cessato di fatto di essere persona ed unico irripetibile imboccando, in cambio di migliorie sociali ed economiche, il tunnel dell’incertezza. Allo stesso modo in cui un benestante cittadino europeo è solito barattare per un “cellulare” alla moda gli eterni valori derivanti dalla cultura ebraico-cristiana. Ciò che i marxisti e i cattolici della “liberazione” non sembrano comprendere è che il cristianesimo non ha nulla da imparare da alcuno o da chicchessia, se non dal verbo. E questo vale anche e soprattutto sotto il profilo della condotta sociale. I cattolici possono infatti contare su una propria, completa e soddisfacente “dottrina sociale” convalidata da un’esperienza secolare, a cominciare da S. Tommaso, passando poi per la Rerum Novarum e le varie Encicliche. Purtroppo, le Sacre Scritture vengono lette spesso con superficialità, e soprattutto decrittandole attraverso categorie interpretative della “propria epoca” per scovarvi una soluzione ad uno dei tanti drammatici problemi ‘materiali’ del momento. Storicizzando totalmente la portata del messaggio cristiano, molti tendono infatti ad eliminare dal Vangelo qualsiasi autenticità ed eternità. La parola di Dio, come è noto, si rivolge agli uomini di ogni contesto sociale ed epoca. Cristo, come sosteneva Kierkegaard, è il “contemporaneo di ogni epoca” in quanto non coincide con nessuna epoca, cioè non coincide con il tempo. Tentare di rendere “contemporaneo” il Vangelo, cercare di storicizzarlo a tutti i costi, non significa santificarlo nel modo giusto, ma al contrario attualizzarlo e quindi annullarlo. Senza considerare che Gesù, nelle sue predicazioni, non ha mai inteso distruggere o sovvertire alcun sistema sociale. Egli proclamò la sua fedeltà alla Legge di Dio che non voleva certo abolire, ma al contrario completare ed osservare (lo testimoniano gli scritti di Matteo e Luca). Il non ben compreso episodio del “tributo” e la snobbata (poiché non politicamente corretta) parabola dei talenti forniscono l’immagine di un Cristo egualmente lontano sia dai “collaborazionisti” sadducei e dagli “ambigui” farisei che dai “rivoluzionari” zeloti. Anche se in più occasioni Gesù lancia pesanti strali contro l’iniquità dell’ingiustizia sociale (“Guai ai ricchi…”). Ma pur tuttavia questa sua condanna non viene compiuta da un punto di vista sociale, ma religioso in quanto Egli non pensa affatto ad una rivoluzione sociale e quindi “storica”, bensì interiore, anche se da essa si possono auspicare positive conseguenze sociali. Come insegnano le scritture, Cristo non è venuto sulla terra per sovvertire un determinato ordinamento politico-sociale; Egli vi è giunto – gesto unico e metafisico – per redimere i peccatori e liberare l’uomo dalle catene del male. Ciò che, come è noto, Gesù condanna non è un ordine socio-politico come quello imperiale romano, ma “l’attaccamento ai beni di questo mondo”. In quest’ottica, il cristianesimo è una vera Rivoluzione, epocale, ma soltanto nel senso che allontana i cuori degli uomini dal mondo, cioè dalla materia, per chiamarli a Dio. E in questo senso, forse, trattasi più di una Conversione che di una Rivoluzione. Gesù, infatti, raccomanda agli uomini la fede nella Provvidenza e li esorta ad accontentarsi del minimo indispensabile. Egli ammonisce – è vero – i ricchi ed esalta i poveri, in ispirito. Ma attenzione, i poveri evangelici non sono affatto i “non ricchi” desiderosi di diventarlo. Non si tratta quindi di poveri in senso sociologico, ma in senso religioso. Si tratta di coloro i quali hanno scelto liberamente la povertà in maniera solare, come S. Francesco. La povertà annunciata da Gesù è sempre gioiosa e volontaria e agli uomini illuminati che l’hanno scelta la lotta di classe non si addice affatto. In questo contesto, in Cristo si colgono alcune anticipazioni precristiane socratiche e platoniche. Ma anche a tal riguardo gli equivoci da parte dei teorici marxisti non mancano. Essi hanno intravisto infatti in alcuni testi contenuti nella “Repubblica” di Platone una traccia di comunismo, dimenticando che l’eguaglianza marxista ha uno scopo prettamente economico, mentre quella platonica si fonda, similmente a quella evangelica, alla rinuncia spontanea ai beni terreni. Trattasi di una prescrizione per saggi o per uomini spiritualmente superiori alla media, cioè migliori nella loro singolarità. In altre parole, l’eguaglianza platonica non ha alcun fondamento materialistico, bensì spiritualistico e morale. Il filosofo greco, ispiratore, per certi versi, della teologia cristiana, guarda in sostanza alle Idee, mentre i marxisti, ma anche i capitalisti, i globalizzatori e gli anti globalizzatori guardano soltanto alla Terra. Osservare il Cielo è diventata un’inutile fatica o meglio una possibilità come tante altre. E ciò che più incuriosisce è che a sostenere questa tesi sono i cattolici progressisti più degli stessi marxisti che, in quanto atei, sono in qualche modo giustificati ad assumere questa posizione.
Ma torniamo a Gesù. Egli, è vero, amò frequentare i poveri e gli emarginati, ma anche i ricchi, i gabellieri e i soldati. E quando Maria di Betania, colta nell’ungere i capelli di Cristo con olio prezioso, venne accusata da un gruppo di seguaci di avere sperperato “trecento denari” che si sarebbero potuti donare ai poveri, Gesù così rispose: “I poveri li avrete sempre, me, invece, non mi avrete sempre” (Matteo, Marco, Giovanni).
Insomma, trovare identità di vedute tra il Vangelo, il dogma marxista o l’escamotage cattolico-sociale appare impresa ardua. Basti pensare al concetto di “amore per i nemici”, presente in tutti i Vangeli. Ben difficilmente tale sovrumano concetto potrebbe accordarsi a quello di lotta di classe (professato apertamente anche da taluni preti del “dissenso”), ma anche di liberalismo economico. Teorie queste ultime che come è ovvio si basano su un sottinteso concetto di “supremazia” che non ha nulla a che vedere con la parola di Cristo. L’inconciliabilità appare indiscutibile, sia sul piano dottrinale che pratico. Ritornando alla inesatta interpretazione del Vangelo compiuta dai marxisti ricordiamo che le Sacre Scritture vanno sempre assunte in toto et sine glossa; cioè non vanno interpretate attraverso la lente deformante del contingentismo storico. Interpretare il cristianesimo come una sorta di semplice messaggio sociale e rivoluzionario risulta infatti un puro e semplice non senso, anche perché il cristianesimo, sic et simpliciter, non si interpreta. Esso non è un credo sociale o antisociale, non fa riferimento ad un semplice condottiero, un politico o a un sindacalista, ma addirittura ad un Redentore. L’idolatria del sociale si rivela, in ultima analisi, come una conseguenza del travisamento della figura del Cristo, della sua riduzione sociologica, dimenticando che Gesù considerò sempre il potere politico alla stregua di una tentazione diabolica (Matteo e Luca). Al Messia interessa, insomma, la Rivoluzione Interiore, ossia la Conversione. Egli propugna una salvezza escatologica. Ed è soltanto questo carattere di genuina, innovativa Rivoluzione Interiore che interessa il singolo nella sua unicità che potrà in futuro preservare il cristianesimo dalla fallimentare sorte toccata ad ogni rivoluzione sociale: quella di degenerare inevitabilmente nella violenta repressione e nell’inganno, suscitando reazioni altrettanto violente e portatrici di altrettanto falsi valori. “Ogni rivoluzione – scrisse Albert Camus – per essere creatrice non può fare a meno di una norma morale e metafisica che ne equilibri il delirio storico”.
Nell’ambito di questa breve analisi, un altro punto risulta fondamentale. L’atteggiamento del cristianesimo nei confronti dell’impegno socio-politico è necessariamente critico in quanto Gesù non accetta la società, ma non la condanna neppure (“Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”). Mentre, al contrario, l’accettazione totale della politica e dell’ideologia rientra in una prassi acritica. Ma come si è accennato non sono le dispute terrene ad interessare a Gesù il cui compito è quello di aprire la strada ad un Regno futuro, metafisico. E d’altra parte agli occhi del Salvatore tutte le istituzioni mondane sono per loro natura intrinseca provvisorie e caduche e non suscettibili di fondamentali miglioramenti, anche perché sostituibili con altre istituzioni egualmente negative e provvisorie. Tentare quindi di ridurre il Vangelo ad un semplice messaggio sociale, ad una sorta di pseudo manifesto politico, significa distorcerne il suo significato più profondo e interpretarlo attraverso un sistema di categorie sostanzialmente anticristiane. La Chiesa non può quindi essere marxista, ma nemmeno capitalista, poiché entrambi questi sistemi storici non sono stati capaci di assicurare a tutti gli uomini i diritti fondamentali professati da Cristo. Ma a quanto pare l’Occidente sembra essersi fatto sordo alla parola del Salvatore: non a caso la deforma, la adultera, la scompone, la tradisce, ne fa oro per gli sciocchi, secolarizzandone il contenuto. “In seguito alla morte di Dio, tutti i falsi profeti si considerano eredi di Dio”. Di qui le nuove, fragili escatologie proiettate in un futuro esclusivamente mondano; di qui il proliferare di improbabili, nuove dottrine e di mode globalizzatrici e antiglobalizzatrici, frutto anch’esse della storicizzazione radicale del cristianesimo; di qui la corsa folle verso il relativismo, l’utopia della tecnologia e del profitto, nell’illusione collettiva di avere imboccato una facile scorciatoia in nome di una sorta di “antropocentrismo illuminato”, utile forse a garantire interessi diplomatici e commerciali, a tutelare gli investimenti, i salari, le pensioni, i derelitti e i panda cinesi, ma a mantenere comunque l’uomo nella sua permanente e sostanziale incertezza esistenziale. E probabilmente – almeno per chi ha fede – nel peccato.
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