domenica 29 luglio 2012

SIRIA E TURCHIA AI FERRI CORTI



SIRIA E TURCHIA AI FERRI CORTI

di Alberto Rosselli


L’abbattimento, avvenuto il 22 giugno scorso, del F-4 Phantom turco decollato dalla base anatolica di Erhac, ha contribuito ad accrescere una tensione già in atto da tempo tra Siria e Turchia: due Stati che, pur condividendo alcune vedute di politica internazionale e transnazionale (l’idiosincrasia nei confronti di Israele e l’atteggiamento schizofrenico nei confronti del popolo curdo, per nulla amato da entrambe i Paesi, ma ‘adoperato’), stentano in questi ultimi mesi a trovare intese. Pur avendo dichiarato di “deplorare al cento per cento l’azione della contraerea siriana” che, a parer suo, avrebbe adoperato un corridoio aereo già utilizzato da aviogetti israeliani (“Sarei stato felice se il jet abbattuto fosse appartenuto all’aviazione di Te Aviv”, il pubblico rammarico del leader di Damasco nasconde un’imbarazzate realtà – quella relativa ai pessimi rapporti esistenti tra i due Paesi – ed una tensione riconducibile ad irrisolti ed ormai vecchi contenziosi, in parte occultati da liti recenti. Come è noto, a partire dal marzo 2001 i rapporti diplomatici tra Ankara e Damasco si sono deteriorati in seguito alla repressione decisa dal regime baathista di Bashar al-Assad contro i suoi oppositori interni: repressione che, stando alle stime delle Nazioni Unite, ha provocato la morte di quasi 16.500 individui, molti dei quali appartenenti all’Esercito Siriano Libero che gode delle simpatie ‘interessate’ del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. Ricordiamo che da tempo la Turchia ospita molti rifugiati siriani (compresi militari disertori) avversi al dittatore Assad, deciso a “normalizzare” le province ribelli, in parte abitate da elementi curdi facenti parte di una minoranza relativa che conta ben un milione e mezzo di individui, gran parte dei quali presenti nella regione nord-orientale di al-Hasake. Nel tentativo di ‘neutralizzare’ la componente curda presente in Turchia (ma anche in Siria), lo scorso mese di giugno Erdogan ha ospitato ad Istanbul il Consiglio Nazionale Siriano (Snc) - una delle principali organizzazioni di opposizione - che ha eletto il suo nuovo leader, il curdo Abdul-Basset Sayda, interessato a cooptare altri soggetti del variegato mosaico curdo-siriano (ricordiamo che ben 11 partiti curdi, tra cui il Pyd, sezione siriana del Pkk di Abdullah Öcalan, considerato fuori legge da Ankara, non hanno aderito al Consiglio Nazionale Siriano) in un Snc che sembra fatto su misura per i progetti di Erdogan. Il premier punterebbe ad una ‘pacificazione’ della componente curda anatolica, ma nel contempo non negherebbe il sostegno, in funzione anti siriana, a quella posta sotto la giurisdizione di Damasco: giochino che, ovviamente, Assad non gradisce affatto. Non ha caso, sembra che Damasco stia lavorando, a sua volta, per minare la solidità del Snc, appoggiando (nel 1997, Damasco diede perfino asilo ad Ocalan, ricercato dalla polizia turca) elementi del Pkk dichiaratamente ostili alla Turchia in quanto decisi ad ottenere ad un’autonomia totale del Kurdistan anatolico: progetto, quello siriano, che vanificherebbe i piani di Erdogan e ne indebolirebbe il prestigio interno. Ma le gravi ‘incomprensioni’ tra Siria e Turchia non si limitano soltanto alle già complesse questioni di cui si è detto. Rammentiamo che tra Damasco ed Ankara rimango, infatti, irrisolte alle due spinose questioni geopolitiche che fanno da zoccolo all’attuale crisi: il contenzioso di Hatay, regione siriana che nel 1939 passò alla Turchia in seguito ad un referendum mai riconosciuto da Damasco, e lo sfruttamento dei fiumi Tigri ed Eufrate che Ankara ha di fatto opzionato a suo esclusivo vantaggio (e a detrimento dei diritti idrici di Siria e Irak) con la realizzazione del mega Progetto del  Sud-Est dell'Anatolia (GAP) destinatoa ‘trattenere’, attraverso le dighe di Birecik e Karkamis, sull'Eufrate, ed altre tre (Kralkizi, Dicle e Batman) sul Tigri, gran parte dell’oro blu che un tempo defluiva verso la Mezzaluna fertile.

EURO ED EUROPA: SE TI CONOSCONO TI UCCIDONO




EURO ED EUROPA: SE TI CONOSCONO TI UCCIDONO

di Alberto Rosselli

Premetto. Non sono un economista, bensì un ricercatore storico dotato, tuttavia, di un certo ‘comprendonio’, ragion per cui, seppur privo di raffinati strumenti tecnici in materia economico-finanziaria, mi permetto alcune modeste osservazioni circa l’Euro e l’Europa. Partiamo dai cosiddetti ‘aiuti’ agli Stati in difficoltà. Li chiamano ‘aiuti’, ma a ben vedere rappresentano – come Storia insegna – che un cappio al collo di chi li riceve: un debito contratto rappresenta sempre - se non compensato, in tempi possibilmente brevi da contropartite di alterna natura - una ‘resa’ o una dichiarazione di sudditanza di un soggetto nei confronti di un altro. Chi si indebita e non è sorretto da risorse proprie (capacità produttiva teorica o materie prime) perde di fatto la propria libertà di agire, operare, decidere. I bizzarri quanto odiosi meccanismi europei del cosiddetto Fondo Salva Stati (Esf) sono riusciti ad introdurre nel suddetto, antico meccanismo una variante (nuova) a dire poco diabolica: il soggetto che elargisce, finanzia e copre gli scoperti altrui rischia il fallimento. Il suddetto Fondo prevede infatti che tutti gli Stati provvedano al suo sostentamento. Lodevole intento, almeno in teoria, ma dagli effetti pratici letali. Per tutti. L’Europa ha iniziato l’andazzo elargendo miliardi a Grecia e Portogallo, Stati che sono stati finanziati anche da Spagna e Italia, cioè da Paesi ad elevato rischio crack. Ora è il turno della Spagna, e tocca agli altri soggetti, spesso altrettanto indebitati, a sborsare. Risultato: alla fine del 2012, l’Italia – la cui economia e finanza navigano, come è noto, in acque nerissime - avrà pagato in aiuti ben 48 miliardi di euro. Morale della favola. Da un lato Bruxelles, e il suo fedele interprete ideologico, Prof. Mario Monti (non lo appello Primo ministro in quanto non è stato votato dagli italiani), dissanguano il nostro Paese in nome del tanto strombazzato e sacro ‘rigore’, mentre dall’altro i  nostri conti pubblici dal rosso volgono al viola, per salvare chi sta peggio di noi. L’epilogo è scontato: tra la recessione in arrivo ed esborsi di questa entità entro breve l’Italia-azienda fallirà. Un’ultima osservazione. Una volta tanto, il Prof. Mario Monti è stato sincero. Pochi giorni fa ha, infatti, dichiarato che lo scopo finale dell’attuale crisi è quello di “creare un’unione politica europea” (!). Non ha specificato bene come, ma per chi sa come funzionano certe logiche non occorre il fiuto di Ulisse per capire. Le crisi, come ha ammesso lo stesso Monti, servono a generare ‘democraticamente’ (tralascio ogni commento) un’emergenza in nome della quale si possono imporre a popoli ed elettori norme e leggi che altrimenti essi non accetterebbero. In altre parole: spingi un Paese (e il suo popolo) sul bordo del baratro e ne fai ciò che vuoi. ‘Metti in riga’ un Paese debole e collassato (anche per sua colpa, ben si intende) secondo un tuo modello politico-finanziario, e lo privi della sua capacità decisionale (parlamentare), sottraendogli di fatto la sovranità nazionale, che sta alla base della sua costituzione. Ora, io non so in quale modo si possa risolvere l’attuale crisi economica europea e mondiale (siamo di fronte, io credo, ad una crisi ‘sistemica’ allargata), ma intuisco la sorte degli Stati ‘deboli’ di questa Europa senz’anima e principi etici: Stati avviati ad una sorta di nuova schiavitù tecnocratico-finanziaria, destinata a creare a sua volta incertezza, povertà, ingiustizia e sostanziale disparità all’interno di un ‘sistema’, quello imposto da Bruxelles, che si arroga diritti e poteri conferitigli non dai popoli, ma da un’oligarchia finanziaria più o meno occulta, e comunque estranea al concetto di Europa Unita. 

IL DRAMMATICO ENIGMA SIRIANO


 
IL DRAMMATICO ENIGMA SIRIANO

di Alberto Rosselli

La Siria è in fiamme e dal Paese mediorientale sconvolto dalla ribellione antigovernativa, è iniziato da tempo l’esodo dei profughi verso la Turchia. Sono già oltre 2.900, secondo i resoconti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, i profughi siriani espatriati in Anatolia meridionale e fatti accampare in buona percentuale nella tendopoli di Yayladagi (a circa 10 chilometri dal confine). Molti dei profughi erano in fuga da Jirs al-Shughour (cittadina siriana ubicata nella zona nord-occidentale), dove nelle settimane scorse si sono verificati violenti scontri nel corso dei quali hanno perso la vita 125 soldati dei reparti di sicurezza impegnati contro i ribelli nel tentativo di riprendere il controllo del centro. Elevate, ma non esattamente quantificabili, sono state le perdite tra la popolazione civile e i manifestanti. L’accoglienza offerta da Ankara agli scampati ha provocato un inevitabile raffreddamento diplomatico tra Turchia e Siria, Paesi tra i quali, almeno fino a poco tempo fa, intercorrevano buoni rapporti, derivanti soprattutto dall’inasprimento delle relazioni tra lo Stato anatolico e Israele, nemico storico della Siria, anche per l’irrisolta questione del Golan. L’8 giugno scorso, il Primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan ha dichiarato a chiare lettere che la Turchia “non chiuderà mai le sue porte” davanti ai fuggitivi, e ha esortato il presidente Bashar al-Assad a “cambiare la sua attitudine nei confronti dei civili”. Nel campo di Yayladagi squadre di soccorso della mezzaluna hanno fornito assistenza ai fuggitivi, trasferendo i molti feriti da arma da fuoco presso l’ospedale di Antakya. A Jirs al-Shughour, teatro di violenti scontri tra ribelli e polizia siriana, sembra che una parte delle forze di sicurezza si sarebbe rifiutata di aprire il fuoco sui civili, mentre l’esercito avrebbe invece sparato su di loro: ma si tratta di sole voci, in quanto il regime di Assad non ha consentito ai giornalisti stranieri di sbarcare in Siria. La permanente e sostanziale scarsità di notizie circa la rivolta siriana è stata resa ancora più acuta dalle iniziative prese da Ankara. A Yayladagi, la polizia turca di confine continua ad impedire ai reporter provenienti dalla capitale di entrare nel campo profughi e di intervistare gli scampati. In questi ultimi giorni - stando alle notizie governative e a quelle diramate da ‘Mezzaluna Rossa’ - “il flusso degli sfollati siriani sembra avere assunto le sembianze di un esodo di massa, sia in direzione della Turchia che del Libano, dove si sono già rifugiati 6.000 profughi”, mettendo in crisi la struttura di Yayladagi, che non è in grado di accogliere più di 5.000 persone. Da parte sua, alcune settimane fa, il presidente siriano Assad – preoccupato per l’andamento della sommossa popolare che ha coinvolto oltre Jirs al-Shughour anche le località di Deraa, Rastan e Talbisa - avrebbe offerto l’amnistia a membri della setta dei Fratelli Musulmani (organizzazione considerata fuorilegge), e alcune concessioni circa la libertà di espressione e contestazione pacifica che, tuttavia, l’opposizione al regime (la quale ha denunciato l’uccisione, nell’arco di un mese e mezzo, di oltre 15.000 manifestanti, e l’arresto arbitrario di altri 13.000) avrebbe giudicato come del tutto insufficienti e tardive. Come ha affermato Abdel Razak Eid, attivista del gruppo della “Dichiarazione di Damasco”, “la mossa del leader Assad starebbe a dimostrare tutta la debolezza di un regime prossimo al crollo ed ormai isolato, sia da molti Paesi musulmani che dall’Occidente e dagli Stati Uniti”. Come sta accadendo in Libia e nello Yemen, Paesi anch’essi in stato di collasso o fibrillazione, il futuro della Siria rimane un enigma oscuro. Ci si domanda, infatti, quali forze politiche – in caso di caduta di questi regimi – prenderanno le redini dei governi ed in quale modo intenderanno’riformare’ i Paesi di riferimento. Si può azzardare e temere, a questo proposito e sulla scorta delle varie ribellioni che hanno sconvolto diversi stati musulmani nel secondo dopoguerra (come Egitto, Libia, Irak, Iran e Sudan), che la ‘medicina’ possa rivelarsi alla fine peggiore della ‘malattia’. Staremo a vedere.


BREVI ANNOTAZIONI SU ‘ROMANZO E DECADENZA’. Da Platone a Spengler, passando per Nietzsche e Rohde


 Erwin Rohde


BREVI ANNOTAZIONI SU ‘ROMANZO E DECADENZA’
Da Platone a Spengler, passando per Nietzsche e Rohde

di Alberto Rosselli

Con la perdita del mondo chiuso ed omogeneo della polis greca, si perde quella “Einheit des Stils” peculiare della “vita comunitaria organica (Erwin Rohde, Der Griechische Kulturgeschichte,1960, 18 – Lezioni tenute dal 1872 al 1880) caratteristica di tale formazione. E questa perdita di omogeneità si manifesta sostanzialmente in una radicale scissione tra una massa di ignoranti ed una élite di colti. A ben vedere, taluni sistemi filosofici (come lo stoicismo, l’epicureismo e lo scetticismo) si sviluppano quali ‘surrogati’ di quell’antica religione. L’amore ‘a-mistico’ è il sentimento che prevale in questa nuova massa urbanizzata, a sottolineare una romanticizzazione dell’antico mondo d’eroi e l’esaltazione di una sensibilità peculiarmente femminile.
Nel Romanzo “l’amore – spiega Rohde – si impossessa completamente dell’anima degli innamorati (E. Rohde, 1960, 167), le cui vicende costituiscono il filo conduttore se non il solo motivo della stessa narrazione romanzesca. Ma facciamo un passo indietro. Come per Nietzsche, presupposto della nascita di una nuova realtà culturale moderna e urbanizzata in cui si produce il Romanzo è il “Verfall des mythischen Glaubens” (E. Rohde, 1960, 12) dei Greci antichi in favore di una visione individualistica, a sua volta prodotto di una mutata situazione storica. In questa fase, infatti, l’abitante dell’antica polis sradicato dal ristretto ambito del suo gruppo gentilizio gelosamente mantenuto e dalla comunità urbana, viene gettato nell’illimitata vastità delle terre barbariche, sballottato nelle nuove e grandiose formazioni di enormi città, in cui aveva come coabitanti Greci d’ogni parte mescolati a ‘genti di mezzo’ attiche e ad una quantità preponderante degli antichi abitanti di stirpi barbariche, dovette – indotto già da lungo tempo alla più libera osservazione del mondo e della vita – “diventare necessariamente un cosmopolita e cessare di essere un Greco nel senso antico del termine” (E. Rohde, 1960, 16 s.).
All’elemento erotico, nell’ambito di questa nuova civiltà aperta, che ha cioè rinnegato o superato l’antico principio del ‘limite’, del sacro e dell’epico, secondo Rohde si aggrega l’affabulazione sviluppatasi, nel frattempo, intorno alla tematica ‘extra polis’ del ‘viaggio’ che, avendo come oggetto il misterioso Oriente, pareva trovare in queste terre remote e misteriose (almeno in apparenza) anche una nuova fonte letteraria (prendiamo ad esempio i viaggi di Sinbad). Il Romanzo di Antonio Diogene, ‘Le meraviglie di là da Thule’ costituirebbe in tal senso un’evidente commistione tra il fantastico etnografico (di cui fanno parte anche le utopie filosofiche quali ‘l’Atlantide’ di Platone, gli ‘Iperborei’ di Ecateo, etc.) e il sopra accennato elemento erotico.
Abbiamo accennato a Platone in quanto, stando alle osservazioni di Nietzsche,  il suo ‘dialogo’ risulta il vero precursore del Romanzo Antico (“Platone ha in effetti fornito alla posterità il modello di una nuova forma d’arte, modello del Romanzo: questo si può anche definire al pari di una favola esopica infinitamente sviluppata, in cui la Poesia vive rispetto alla Filosofia dialettica in un rapporto gerarchico simile a quello in cui per molti secoli la stessa Filosofia ha vissuto rispetto alla Teologia come una specie di ancilla”, F. Nietzsche).
Sempre riguardo al ‘dialogo’ platonico (che è un po’ il progenitore del Romanzo classico), va notato che il filosofo tedesco vede in esso, sia nella sua forma spuria che nella sua mescolanza di stili, sia nei contenuti r nei valori che esso porta avanti, un una nuova tendenza diciamo culturale sociologica: quella di una civiltà di curiosi emotivi che hanno deciso di rinnegare il ‘mito’ per scovare, seppure con grande acume e sensibilità, commozione nei drammi personali e psicologici delle trame romanzesche. Non a caso, la tragedia di Euripide, rappresentazione dal carattere emotivo e psicologico, distruttrice del senso dionisiaco dell’esistenza, avrebbe avuto in Socrate l’elaboratore dei suoi dialoghi.
Pur se enucleati senza l’enfasi di colui il quale avverte preoccupanti segnali di pericolo, i dati citati da Rohde quali componenti del Romanzo antico vanno comunque ascritti ad una fase di decadenza, ed ancora su questa linea si muove un ulteriore elemento concorrente a questa formazione letteraria: “La retorica della seconda sofistica, o eristica (all’eristica non interessa se un discorso possa essere vero o falso né le definizioni delle parole che vengono impiegate; il suo unico fine è quello di confutare il proprio avversario e di persuaderlo di avere ragione mediante la retorica), imparentata a sua volta a quella retorica asianica (come è noto, l’asianesimo - Asia Minore, III Secolo a.C. - fu uno stile retorico ridondante, barocco ed ampolloso, con un uso frequente di frasi spezzate, di metafore e di parole inventate e di ricerca del ritmo) si trasformò da pratica ‘tribunalizia’ o giudiziaria in sfoggio essenzialmente ludico per feste e tornei”  (Rohde, 1960, 310 s.). Tale forma di retorica si sarebbe poi riversata nella Theaterphilosophie dei ‘nuovi’ sofisti che si esibivano per lo più in sale pubbliche, attenti (a quanto pare) molto meno al contenuto dei discorsi che alla bellezza formale. Ma Rohde – azzardiamo noi – non fu certo un Kulturphilosopher, né lo fu Nietzsche, che , a quanto ci risulta, scelse di volgersi alla ricerca di un valore etico Inerente all’uomo al di là delle sue manifestazioni squisitamente culturali.
Il problema della decadenza (e la sua probabile, se non certa, inerenza con il Romanzo) analizzato nell’ambito della cultura occidentale trova invece espressione più vasta e puntuale nella visione di Oswald Spengler, che pur fa suoi tutti i motivi enunciati da Nietzsche e da Rohde. In questo breve lavoro non si intende certo criticare illustri filosofi o sintetizzare il pensiero cupo, pesante, ma veritiero e cassandrico di uno Spengler, né tantomeno sviscerare la complessità di quella corrente culturale teorica della Decadenza che si costituì nella Germania del primo Novecento. Ci accontenteremo, infatti, di considerare soltanto alcune figure e talune connessioni attraverso le quali è possibile rintracciare i chiari segni del leit motiv della Decadenza nel suo particolare rapporto con la ‘Civiltà del Romanzo’.
La prima edizione del ‘Tramonto dell’Occidente’ è del 1918, quella definitiva, completa e riveduta è del 1923 e viene data alle stampe a Monaco di Baviera. In questa città opera da tempo l’africanista, esploratore, archeologo ed etnologo (e agente segreto del Kaiser) Leo Frobenius che nel 1922 vi fonda il Forschungsinstitut fur  Kulturmorphologie, attorno al quale si raccolgono, tra gli altri, Walter Friedrich Otto, Karl Reinhard, lo stesso Spengler, Karoly Kerényi, Franz Altheim (primo studioso del dilemma Romanzo-Decadenza e primo, grande, analista del Romanzo non come genere letterario, ma come ‘prodotto’ storico-culturale) e Adolf Ellegard Jensen. La teoria (ci si consenta: simil-vichiana) dei ‘cicli culturali’ viene elaborata dal Frobenius (1873-1938) a partire dalla fine dell’Ottocento: è infatti del 1897 la pubblicazione del volume Westafrikanische Kulturkreis e dell’anno successivo Der Ursprung der afrikanischen Kulturen. Inerente a tale dottrina è il principio di un ‘valore omogeneo della cultura’, da verificarsi non in espressioni di carattere materiale, ma in una sua immagine globale, ossia del Weltbild che essa elabora. Questi principi-guida dell’africanista teutonico vengono quindi approfonditi e analizzati in Paideuma (1921) e in Schiksalskunde im Sinne des Kulturwerdens (1932) in cui nell’elaborazione di una vera Kulturphilosophie egli cerca nessi simbolici nell’ambito di ‘forme culturali unitarie’.
Da questi dati sintetici non si evidenziano tuttavia nell’etnologo tedesco accenni specifici al tema della Cultura del Romanzo in riferimento al principio della Decadenza. Ciononostante, emergono pur sempre tracce che conducono direttamente alla sopra accennata problematica spengleriana: la ciclicità e l’organicità delle culture, lette in una sorta di irripetibile originalità ed omogeneità. Similmente a Frobenius, Spengler cerca infatti di scoprire in ciascuna cultura il suo ‘stile’, il principio originario sul quale si fonda l’insieme dei suoi valori, e con tale strumento procede all’elaborazione di una ‘morfologia della Storia mondiale’.
Spengler cerca delle costanti e quindi individua una precisa analogia tra il ‘tramonto del mondo classico’ e ‘una fase della storia mondiale che abbraccerà diversi secoli e di cui attualmente stiamo vivendo il principio’. La decadenza della Grecia antica viene individuata nel tramonto della cultura della polis, del suo mito quale principio ordinatore ed etico, e nella costituzione dei nuovi regni con le grandi città cosmopolite.
Qui Spengler enuncia quel principio di Decadenza manifestantesi nella fase di Zivilisation, che accomuna la metropoli antica a quella moderna in un’irreversibile sclerotizzazione. “Invece di un Mondo, una Città, un unico punto in cui si raccoglie l’intera vita di vaste regioni, mentre il resto isterilisce; invece di un popolo formato, legato alla sua terra, un nuovo ‘nomade’, un parassita: l’abitante delle grandi città moderne. Un uomo pratico e senza tradizioni, un uomo irreligioso, intelligente ma infecondo, profondamente avverso al contadino e alla nobiltà terriera. Ciò rappresenta un passo gigantesco verso l’inorganico, verso la fine (Spengler)”. Poi egli passa ad indicare nella cultura alessandrina l’espressione antica di tale Decadenza, allorché alla grandiosità della Tragedia classica si sostituisce il Dramma in cui predominano i caratteri, la psicologia, e si afferma una filosofia che non è altro che pura, seppur colta e raffinata, retorica.
In tale realtà, così come nella contemporanea realtà occidentale, si costituirebbe attraverso il Romanzo “una tipica letteratura da grande città” (Spengler). Ed in quest’ambito si produrrebbe anche un particolare linguaggio, quello di una koinè linguistica caratterizzate tutta la letteratura dei grandi centri cosmopoliti ottocenteschi.
Pur non approfondendo specificatamente il discorso del Romanzo, Spengler ne delinea quindi le valenze storico-culturali in quanto espressione tipica di una Zivilisation. In questo contesto, da Nietzsche a Spengler appare pertanto già ben delineato quel principio che lega la nuova creazione d’epoca ellenistica e tardo-romana ad un principio di Decadenza che viene qualificato per una sorta di sclerotizzazione, di ammasso inorganico in senso simbolico e concreto nella visione del Paesaggio Metropolitano. Ma in ciò, l’atteggiamento conclusivo non si risolve in una nostalgica lode della Tradizione e in uno sdegnoso allontanarsi dal presente, ma nel richiamo lucido ad una consapevolezza dell’attualità, alla coscienza di essere nella Zivilisation, e quindi di doversi esprimere necessariamente con i mezzi che questa offre.
Franz Altheim, che bazzica intorno al gruppo e alla collana storico-religiosa dei Frankfurter Studien (a Francoforte aveva ottenuto nel 1924 il dottorato con una tesi intitolata Die Komposition der Politik des Aristoteles), mutua da Frobenius un interesse per la Storia culturale e una chiara prospettiva relativistica che, nell’ambito della Storia antica si risolve in un abbandono del ‘centralismo romano’.
Altheim non è un lettore di romanzi, né è mosso da un interesse puramente filologico, per cui la sua ricerca si ispira più che altro ai ‘classici’, Gibbon Tocqueville, Burckhardt, Nietzsche e Spengler. Questa scelta si armonizza del resto con il tipo di domanda ch’egli si pone: non il problema di un’esatta datazione del Romanzo antico, né tantomeno di una cronologia relativa e neppure delle fonti letterarie dalle quali esso si origina, ma l’ambiente storico-culturale in cui si sviluppa ed i valori che attraverso questo si affermano. “Nessuno ha ancora compreso – scrive Altheim  - che il Romanzo ha a che fare con l’acceso dibattito sul problema della Decadenza” . Decadenza che si tinge dei colori spengleriani e della sua terminologia. Per Altheim, infatti, al culmine del processo degenerativo si pone la Welstadt quale “grande simbolo dell’informe” in cui “le masse umane vengono tra loro mescolate come dune del deserto”. Qui l’autore vede fiorire più rigoglioso il Romanzo, in una realtà ch’egli qualifica come fase di “tarda civilizzazione metropolitana”.
Come Spengler, Altheim vede l’inizio di tale fase degenerativa in epoca moderna collocarsi agli inizi del XIX secolo e considera la propria epoca pienamente coinvolta in tale processo. Ma come Spengler, o forse più chiaramente di lui, non pone la propria valutazione su base morale, ma nei termini di una ‘morfologia storica’ per cui anche la crisi va valutata nella sua pienezza e nella sua forza creatrice.
Il Romanzo è, in ultima analisi, il prodotto di tale forza, come lo è la metropoli, la società cosmopolita che la costituisce: quell’afflato che si esprime nello sradicamento borghese, in un viaggio dalla meta incerta, quale ‘evasione’ del corpo e dello spirito.
La Decandenza dell’epoca contemporanea, come il Romanzo, è il ‘nuovo modo di essere’ di un Occidente incerto e senz’anima che pone da tempo in autolesionistica discussione il suo passato e le basi della sua tradizione. E’ crisi finale di un processo storico che si fonda sulla storia e le vicissitudini di popolazioni definite dai loro stessi territori e dai loro cicli evolutivi, e che purtroppo – ma forse inevitabilmente - è sfociato nell’ammasso pietrificato delle ‘città-mondo’, delle metropoli scenario di narrazioni nuove e lontane dal vero spirito della Tradizione: segnale, forse, di una più vasta e inconoscibile “magnifica assenza di fini”.

IL MONACO TOBOR (Racconto tratto dalla raccolta 'L'Opportunità andalusa')


 IL MONACO TOBOR

(Racconto tratto dalla raccolta 'L'Opportunità andalusa')


(Alberto Rosselli)

Non si cela forse tra le pieghe di un grosso e tiepido fondoschiena l’ultima traccia d’una prodigiosa intuizione e di un eroico pensiero di lotta perduti? Non lievita forse in un deretano, pingue di noia e di volontà inespressa, il vero e chiaro sintomo dell’arrendevolezza umana, come sostenne un tempo ormai lontano il monaco Tobor, profeta fiammeggiante d’una teoria brillante ma per lui sventurata e tale da rivoltargli contro l’odio dei suoi simili?
Correva l’anno 1490, quando dalle piazze di Firenze s’alzò alto ed acuto un nuovo verbo di speranza.
Allora io vi dico, amati fratelli miei, che lo più mortale peccato sta nel far lievitare l’accidia al fondo de la schiena. Poiché la volontà, lo giusto ardimento ed ogni lecita passione germogliare debbono fora dalle membra umane e giammai depositarsi fra le basse carni, per la sola incapacità di realizzare ogni più nobile desìo. Diffidate, dunque, de li culi d’homini abbondanti e tiepidi che si scarrocciano, boriosi e supponenti, per gli antri del Potere e del Saper dotto. Essi, infatti, tra le loro pieghe celano incapacità d’agire e di pensare con coraggio, mollezza d’animo e malcelata inclinazione ad accettare sconfitte e a soggiacere passivi al vento della vita”.
Si trattava, come è facile intendere, di una vera e propria predica del demonio, che pioveva sulle masse disorientate e che turbava nobili e notabili di tonde ed agiate dimensioni. Queste parole, taglienti come lame, uscivano dalla sottile bocca di un uomo in verità onesto e pio, vestito dell’umile saio di frate pannone.
Durante la sua vita, Tobor aveva studiato e viaggiato molto, prendendo accuratamente nota di tutti gli innumerevoli vizi che affliggono i discendenti di Adamo. Aveva anche peccato, come d’altra parte ogni saggio o santo deve ben fare per meglio comprendere le debolezze dell’umana specie. Cresciuto nelle brumose lande magiare, Tobor aveva sempre desiderato, fin da novizio, di ridare la speranza ad ogni mortale animato da volontà e coraggio sinceri. Egli temeva Dio, ma non certo quegli uomini che, all’ombra di Dio, in virtù di fragili poteri o per codarda scelta, imponevano o subivano ogni sorta di pessimi costumi.
Tobor predicava ovunque, a dorso di mulo o dall’alto di pulpiti improvvisati. E le sue parole, chiare e sincere, avevano l’effetto di scudisciate. “Sia lapidato lo culone impaludato, sia esso villico, mercante o principe. Non fidatevi de li grossi e flaccidi sederi che vi impongono d’imitar lor stessi. Essi vi ingannano, per trasformavi in pecore atte solo al macello e non al giusto pascolo!”.
Ce n’era abbastanza per farsi impalare dai seguaci d’ogni fede.
Smascherate lo gran viso, posteriore e basso, de l’homo sanza ardore, e misurate in nodi lo suo sedentario vizio”, gridava Tobor slacciandosi la corda della tunica marrone e rincorrendo taluni passanti che egli afferrava e rivoltava come sacchi scoprendo e strizzando loro le terga con la cinta segmentata di nodi, onde valutare se queste ultime appartenessero o meno alla categoria ch’egli aborriva.
A poche settimane dalla sua prima apparizione a Firenze, il misterioso monaco venuto dall’Est era già diventato un pericoloso mito, temuto delle autorità civili ed ecclesiastiche locali. Tobor aveva iniziato, infatti, a fare proseliti e le sue prediche erano seguite da masse sempre più vaste ed assetate di nuova verità.
Invitato ad esporre le sue teorie in una disputa al cospetto del principe e del vescovo, il monaco Tobor non si sottrasse al periglioso dibattito.
Dopo ore ed ore di serrato e lucido monologo, ricco di dotte citazioni e di precisi riferimenti scientifici e filosofici, le teorie di Tobor vennero confutate dalle violente argomentazioni della commissione che, intravedendo in quel monaco ruggente una reale insidia al Potere, lo esortarono senza mezzi termini a rivedere le sue idee e soprattutto ad interrompere immediatamente le sue prediche in pubblico, minacciandolo di pena di morte.
Tobor cercò di difendersi strenuamente, assicurando circa le sue buone intenzioni. Sulle prime si rifiutò di abiurare, ma alla fine, Frà Gelasio Minniti, il superiore dell’Ordine al quale apparteneva Tobor - uomo che in cuor suo stimava il coraggioso monaco - riuscì a convincerlo ad accettare un solitario ma temporaneo esilio in Oriente, affinché questi potesse redimersi e mettere a frutto tutto il suo innegabile ingegno per una più giusta causa.
Va tra gli infedeli a predicare semplicemente fede e virtù, e dimentica le tue assurde e superbe teorie”, gli raccomandò l’alto prelato. E Tobor, dando prova di umiltà, si inchinò al suo superiore abbandonando Firenze; non prima però di aver abbracciato i suoi fedeli. “Li tempi, forse, non sono ancora maturi per lo nostro predicare. Obbedite alli Comandamenti e attendete fiduciosi il mio ritorno” si raccomandò ad essi in un breve ma commovente discorso di commiato.

Da quel momento, la vita e il destino del monaco pannone si fusero in una miriade di strane leggende e frammentarie cronache.
Giunto, dopo un lungo viaggio via mare e a dorso di quadrupede, a Tabriz, in Persia, il monaco Tobor, assolse per qualche tempo e con zelo gli incarichi affidatigli, utilizzando però parte del suo tempo per sviluppare ulteriormente e in modo sistematico la teoria circa la possibilità di decifrare, attraverso le forme del deretano, l’armonia o disarmonia dell’anima.
In un suo scritto segreto, egli espose il concetto di “epifania dell’anima incorporea nella materialità del deretano”, enunciando una grammatica utile alla “lettura” dello stesso, servendosi di apposite tavole anatomiche disegnate con scrupolo scientifico.
Il deretano venne suddiviso da Tobor secondo una mappa le cui direttrici andavano ad indicare sia i “vizi capitali” che le “virtù cardinali”. In questo modo, una attaccatura ben alta del gluteo verso la regione lombare stava ad indicare la forza interiore, mentre l’incavo, che forma il gluteo sul lato esterno del deretano, segnalava un adesione concreta alla realtà. La mappa consentiva in questo modo di evidenziare e diagnosticare gravi difetti dell’animo umano attraverso la disposizione dell’adiposità. Il grasso accumulato poteva infatti ragguagliare circa i più torbidi nascosti vizi “de lo peccatore”. Un accumulo verso l’esterno della natica ne manifestava la superbia, mentre se il lardo tendeva a cascare verso il basso lo studioso poteva dirsi certo di trovarsi di fronte ad una spiccata tendenza alla viltà del soggetto analizzato.
Il monaco pannone non si limitò, tuttavia, a stilare semplici, anche se precisi, appunti sui suoi studi, ma buttò giù un vero e proprio trattato sull’argomento: opera che si diffuse rapidamente giungendo per vie traverse perfino in Occidente dove produsse un vero e proprio sconquasso. Soprattutto perché lo scritto correva sul filo d’una logica ferrea e brillante, riflessa dalla tempra lucida e pura del religioso. I riferimenti scientifici in esso contenuti apparivano infatti inconfutabili perfino ai più scettici. Senza considerare che un numero troppo elevato di potenti si riconoscevano, loro malgrado, nelle tipologie viziose descritte dal monaco. Le femmine poi, nell’ombra discreta dei confessionali, iniziarono a giustificare con motivazioni etiche l’interesse estetico da esse sempre nascosto per le solide ed alte natiche del maschio.
Si cercò allora di correre ai ripari e a Pavia un selezionato Consiglio di Dottori, formato da ecclesiastici, sviscerò nel volgere di un mese tutta la materia dello scandaloso studio, elaborando anche un documento di confutazione dell’opera, privo però di reale efficacia. Il nocciolo della teoria toboriana risultava infatti troppo solido per essere subissato da una lunga sequenza di eruditi pretesti.
Ma non sarebbe stata certo una pretestuosa polemica ad incrinare un siffatto pensiero bensì, come spesso accade, soltanto il destino, che è un po’ l’intestino della Storia, a sancirne la fine e la messa in disgrazia.
Negli ultimi due capitoli dell’opera del Tobor si nascondeva infatti l’anello debole dell’intera teoria. Queste pagine, nate come semplice appendice, erano state in seguito trattate da sprovveduti copisti ed inglobati erroneamente nel corpo del trattato. In questa parte dello scritto, il monaco si interrogava per capire quali potessero essere i rimedi immediati per prevenire con purghe, salassi e clisteri adatti la sindrome culonica lieve e per debellare con la lama le forme più gravi o recidive. A questo proposito, il frate individuava senza indugi nella chirurgia la tecnica più efficace per ridurre o demolire i deretani più ingombranti.
Al fine di elaborare le giuste ricette e gli interventi più adatti, Tobor dovette compiere un’indagine empirica sugli alimenti e sulla loro influenza sul fisico e sul temperamento umano, non tralasciando analisi anatomiche dal vivo. E tutto ciò lo portò a curiosare non tanto nei borghi ma nelle campagne, nelle radure e nei boschi, dove venivano coltivati i prodotti della terra ed allevato il bestiame. L’ultimo capitolo del trattato conteneva però una riflessione, postuma alla prima stesura. Con essa, il pannone metteva in guardia i suoi lettori da facili e pericolosi fraintendimenti. Era vero, precisava quel saggio, che un deretano ben formato e asciutto, come quello di un atletico fanciullo, andava studiato in quanto poteva rivelarsi il riflesso di un’anima armonica e linda, ma era anche altrettanto vero quanto queste delicate analisi potessero accendere in taluni scellerati un certo appetito sessuale, fuoco che nel monaco si era ormai spento da molto tempo.
Ciononostante fu proprio in quest’ultimo capitolo dell’opera che i potenti detrattori di Tobor trovarono gli appigli necessari per accusare il monaco del più orrendo dei delitti. Volle infatti il caso che, dovendo frequentare per motivi di ricerca l’ambiente dei cacciatori di frodo, Tobor narrasse di avere incontrato sul suo cammino uno di essi: un giovane, forte e coraggioso, dotato di un deretano di tali perfette dimensioni da influenzare in seguito il genio del Buonarroti.
Dando prova di indubbia sincerità, ma anche di notevole imprudenza, l’incauto Tobor riferì di essersi sentito inevitabilmente attratto dalle sembianze posteriori di quel giovinetto che meglio di ogni altra cosa rappresentavano la dimostrazione vivente e palese del suo ardito teorema.
Poco tempo dopo, a quasi duemila leghe di distanza, il tonfo sordo e profondo di un volume chiuso di colpo rimbombò nella sala del magistero di Pavia. E Joaquim del Tortellada, il padre inquisitore incaricato dallo stesso Papa di indagare sull’operato del monaco pannone, non ebbe più dubbi circa la colpevolezza dell’inquisito. “Il nostro povero fratello Tobor ha imboccato la via senza ritorno della perdizione. Egli non solo ha peccato d’orgoglio e di superbia, ma si è pure macchiato di evidenti quanto innominabili crimini sessuali. Che sia egli ricercato e condotto davanti al cospetto del Tribunale ecclesiastico”.
Questo è quanto accadde in Italia e a completa insaputa del monaco che, nel frattempo, aveva ripreso a predicare con successo in terra d’Oriente. Tobor era infatti un uomo che sapeva farsi apprezzare anche all’estero. Accattivatosi le simpatie di Mohamed Becciahz, il Pascià di Tabriz, egli venne ben presto nominato medico di corte. Ma poco dopo la malasorte cominciò a perseguitarlo. Somministrata ad un notabile una banale pozione contro la gotta, il paziente presto peggiorò, rischiando la morte. Del fatto ne approfittò subito un perfido medico siriaco che accusò il monaco cristiano di veneficio. Il Pascià, sebbene incerto circa la colpevolezza di Tobor, si fece condizionare, condannando il taumaturgo alla dolorosissima pena della bastonatura delle piante dei piedi.
Rimessosi dall’ingiusta punizione, Tobor viene esiliato per un anno. Costretto a  riparare a Barzhani, nella montuosa regione del Droghestan, dove trovò ospitalità nel remoto monastero ortodosso di Melchiorre Cerotti, un abile speziale che nutriva molta stima nei confronti del perseguitato monaco pannone, Tobor passò molti mesi in meditazione ed in attesa della sua riabilitazione. Egli voleva infatti rientrare a Tabriz e proseguire nei suoi studi. Ricevette infine il perdono dal Pascià, ma quando il monaco fece rientro in città venne a sapere che questi era nel frattempo deceduto per aver ingerito una pozione al mercurio preparata dall’incompetente medico siriaco. Tuttavia, Tobor venne accolto con tutti gli onori dal successore di Becciazh, che si chiamava Gennaro. Il nuovo sovrano si rivelò essere un uomo saggio, ospitale e di larghe vedute. Aveva provveduto egli stesso a fare avvelenare il suo predecessore dal medico orientale, decapitando poi anche quest’ultimo.
Gennaro si affidò a Tobor, ma il monaco, per prudenza, si limitò a curargli soltanto lievi malesseri. Il Pascià gli concesse la cattedra di chirurgia della locale scuola di medicina, e gli consentì perfino di approfondire e predicare - entro certi limiti - la sua dottrina e le sue teorie. Tobor ottenne infatti una scorta armata, un assistente e una tunica con un cordone nodato per effettuare, su tutto il territorio posto sotto la giurisdizione di Gennaro, misurazioni dei fondoschiena degli appartenenti alla comunità ebraica.
Ma la gloria durò poco. Un crudele quanto ostinato destino attendeva al varco il monaco pannone.
Il Patriarca d’Oriente, cui erano giunte le conclusioni dei dottori cattolici, con i quali non intendeva entrare in rotta di collisione, aiutò il prelato francese Henri-Marie Pollion - braccio destro di Tortellada - a mettersi sulle tracce di Tobor per ricondurre questi in Occidente. Il Pollion - che nel frattempo era riuscito a corrompere con una forte somma di denaro il Pascià Gennaro - si presentò al cospetto del monaco pannone. Lo scontro tra i due fu inevitabile. Con la complicità di alcuni notabili orientali, invidiosi del frate magiaro, il Pollion, dopo avere accusato Tobor di sodomia, gli ingiunse di rientrare in Europa. Con uno stratagemma e con il segreto aiuto del suo fedele assistente, Tobor riuscì però a fuggire.

Dopo avere trascorso un altro anno in meditazione in una grotta del Droghestan, il monaco, ormai stanco delle continue persecuzioni, decise di far fronte al proprio destino e di fare ritorno in Europa per liberarsi da quelle assurde calunnie. Scrisse quindi a Budapest e a Pavia chiedendo ai suoi superiori e alle più alte cariche ecclesiastiche di potersi discolpare davanti ad uno speciale tribunale della fede.
Si imbarcò a Sindone per Venezia, ma giunto nella città lagunare venne a sapere che il suo Ordine, pressato dal Tribunale dell’Inquisizione, lo aveva abbandonato e che de Tortellada e Pollion stavano organizzando per lui una trappola senza scampo. Infuriato, il monaco ritrovò allora l’ardore che sembrava averlo abbandonato. Sorretto da una rinnovata, ferrea volontà e dai discreti aiuti di frate Girolamo Stoppani - un pio ed illuminato predicatore che egli aveva conosciuto e curato per una dolora fistola anale durante il suo travagliato soggiorno in Oriente - Tobor decise di raggiungere egualmente Budapest, travestito da mercante veneto. Dopo mille peripezie, il monaco riuscì a farsi ricevere da Frà Sebastiano Molnar, un colonnello del suo Ordine che un tempo gli era amico e, dopo un drammatico colloquio, ottenne da questi la promessa del perdono, in cambio della sua rinuncia definitiva ad ogni ulteriore ricerca o predica non conformi all’ortodossia.
Il monaco accettò pure di essere assegnato alla biblioteca del convento di Budapest, situato a pochi passi dal Danubio.
Per i primi tempi Tobor si mantenne quieto. Poi, un giorno, fece domanda per essere secolarizzato e per intraprendere la professione di chirurgo. La richiesta viene respinta dal Molnar. Il monaco chiese allora di essere inquadrato nel laboratorio degli speziali dell’Ordine, ma anche questo suo desiderio non venne esaudito. Gli concessero tuttavia di trasferirsi da Budapest a Gulash, per mettersi a disposizione di frate Antonello da Garza, noto taumaturgo ligio all’ortodossia. A fianco di questi, Tobor lavorò alacremente alla stesura di un brillante trattato di foruncolosi gluteale, non ottenendo però alcun riconoscimento da parte dei superiori e della locale Facoltà di Medicina. Il mondo dei dotti lo aveva completamente isolato. Avvilito, il monaco chiese nuovamente ai suoi superiori di Budapest, e persino a Roma, di essere sciolto dai voti, ma ovviamente la sua richiesta venne respinta. In preda ad una violenta crisi depressiva, Tobor compì infine il folle gesto atteso da tutti i suoi nemici. In una fredda notte di inverno fuggì dal convento travestito da suora. E sotto queste mentite spoglie compì un lungo viaggio. Toccò Vienna Basilea, Lione, Livorno Napoli dove, tra l’altro, fece amicizia con i Voiello ai quali consegnò una sua nuova formula per la fabbricazione della pasta integrale anticellulitica. Poi si imbarcò su una caracca di contrabbandieri amalfitani alla volta di Trebisonda, sul Mar Nero.
Qui, l’ex monaco pannone si trasformò in profeta mago. Indossato uno strano abito di foggia turca, strabiliò le masse anatoliche maneggiando tizzoni e monete ardenti e cavando chiodi aguzzi dalle orecchie e dai nasi di notabili e pirati. Frantumò macigni con la sola forza del pensiero, disegnò e confezionò indumenti intimi maschili in legno atti al contenimento forzato delle adiposità del fondoschiena, e divulgò per una seconda volta il poderoso trattato “Lo Vizio Posteriore”, ormai introvabile.
Sebbene perseguitato, il monaco ottenne vasti consensi da parte delle masse affamate e degli asceti.
E radunata una minuta ma fidata schiera di seguaci appartenenti a tutte le razze e religioni, Tobor organizzò una pazzesca spedizione per liberare il mondo occidentale dall’“accidia culonica”.
Questa Specie di crociata, ignorata da quasi tutti i testi, non ricevette ovviamente alcun appoggio o finanziamento da parte di alcun potente.
La piccola, pacifica ma compatta schiera lasciò Sinope a bordo di un malandato veliero genovese preso in nolo e fece rotta verso l’Italia.
Sbarcato a Follonica, tra le ali di una folla di pescatori curiosi, Tobor riordinò i suoi ranghi e si mise in marcia verso Firenze seguito - secondo le cronache dello Scortecci - da “novanta ardimentosi e folli morituri con in pugno stendardi inneggianti all’homo novo e numerosi cordoni annodati atti alla misurazione delli deretani”.
Lungo la via del Chianti, il monaco fiammeggiante cercò inutilmente di far proseliti, poiché il popolo, già sobillato dai nobili e dai vescovi, lo prese subito per folle, apostrofandolo con calunniosi insulti, il più frequente dei quali fu “bucaiolo!”. Giunse infine alle porte di Firenze, ormai mobilitata per respingere e la pericolosa eresia.
Sceso di groppa dal suo mulo, Tobor lesse un proclama alla cittadinanza. Era solo sotto le alte mura, poiché aveva dato ordine ai suoi fedeli di stare indietro, in duplice fila longobarda, per non allarmare i fratelli toscani.
Il monaco pronunciò un nobile discorso all’insegna dell’amore. Spiegò le ragioni della sua lotta, perdonò i suoi persecutori e chiese alle autorità che gli venisse concesso di fondare il pacifico “Ordine della Corda”. Ma i nobili e gli ecclesiastici respinsero sprezzanti ogni tentativo di conciliazione, dando mano libera alle loro truppe.

Le potenti schiere della città compirono una sortita e travolsero con estrema facilità l’esigua e disarmata schiera toboriana, annientandola e non facendo prigionieri. Nessuno rimase in vita. E soltanto il monaco ribelle venne risparmiato e catturato. Incatenato come un animale feroce, Tobor fu condotto nelle orribili segrete di una prigione e costretto con atroci torture ad abiurare. Il monaco, seppure stremato, rifiutò di abdicare alla sua coscienza, preferendo salire sul patibolo. L’eroico pannone morì così sul rogo il primo febbraio del 1510. E le sue ceneri, raccolte in un sacco di iuta, vennero sparse nelle acque dell’Arno.
All’indomani dell’esecuzione, le autorità civili ed ecclesiastiche emanarono un editto con il quale veniva inflitta la ruota e poi il rogo a chiunque fosse stato trovato in possesso del trattato del monaco. E quindi nel volgere di pochi anni non si trovò più traccia dell’importante manoscritto.

Oggi, a distanza di secoli, nulla infatti è rimasto della geniale intuizione del martire. Lo scintillìo di quel cristallo puro di rocca che doveva sciogliere nodi filosofici e morali sui quali molti scienziati continuano ad interrogarsi venne distrutto precocemente perché smettesse di brillare e fare luce sulla verità. Ma forse fu un bene perché già dai primi anni della predicazione del monaco stava purtroppo diffondendosi, come spesso accade, da parte di praticoni e maghi, una bieca contraffazione di quella giusta dottrina, dando l’opportunità ai disonesti e ai lussuriosi di farsi promotori di analoghe ricerche e sperimentazioni sulle terga umane: giammai in buona fede e meno che mai per scelta etica.




L'OPPORTUNITA' ANDALUSA (Raccolta di racconti di Alberto Bebe Rosselli)




RECENSIONE DE 'L'OPPORTUNITA' ANDALUSA'

Settimanale Venezia Sette (12/12/1999)

di Aurelio Valesi (*)

Il volume L’Opportunità Andalusa, (Lalli Editore, Siena) di Alberto Rosselli, costituisce, a nostro avviso, uno spaccato della storia degli ultimi decenni del secolo Ventesimo, nell’interpretazione psicoambientale di uno scrittore ligure dalla brillante vena surrealista, ma stranamente non ancora completamente sicuro dei propri mezzi espressivi e stilistici, in realtà notevoli. I nove racconti contenuti in questa breve raccolta di Rosselli, sono preceduti, non a caso, da alcune considerazioni di P. von den Bosch, che rendono con stringata concretezza la realtà psichica e spirituale del mondo all’indomani dell’ultimo conflitto planetario. Poiché è proprio in tale realtà gli scritti di Rosselli debbono essere inquadrati, poiché da quest’epoca hanno tratto le loro linfe di gaia e cerebrale disperazione e di sconsolato divertimento. Tra le righe dell’autore, che da buon ligure si guarda bene dall’esibire, emerge con evidenza una profonda anche se disincantata sensibilità frammista alla tradizionale tensione morale che emana la sua aspra ma tinteggiata terra di origine. Tutti gli episodi narrati risultano caratterizzati da un registro espressivo di qualità contenutistica e di ricercatezza stilistica, a tratti volutamente retrò, anche se i più rimarchevoli e riusciti, cioè “Amerigo”, “L’Opportunità andalusa”, “Bernardo di Basancourt” e “Gustavo”, sembrano – riguardo al tema - quelli maggiormente riconducibili all’esperienza esistenziale di questo non noto, ma curioso ed ‘autonomo’ narratore. Più che scrivere, Rosselli ama infatti narrare e trascinare a sé il lettore con il suono suadente, ma discreto e finanche pudico del suo piffero magico. Note gradevoli quelle di Rosselli, anche se a tratti intervallate da digressioni sonore e virtuosismi forse non necessari nell’economia di un lavoro di per sé già sufficientemente convincente.
Una sorta di fiaba psicosociologica ambientata nel Centro Storico della Lanterna è quella di “Amerigo: momento narrativo di un freddo e “genovese”surrealismo, dominato dal topo Carducci, un autentico personaggio; dal deuteragonista Amerigo, un inventore di giocattoli inutili ma geniali, e da una pattuglia di figure minori ma comunque efficacemente caratterizzate, quali la signora Totaro, la gatta Luisa e il colonnello Lupis, ma anche il cinico e pragmatico padre di Carducci o la fidanzata dell’inventore, Orsola.
Ne “L’Opportunità andalusa” (splendido titolo, per inciso), Rosselli ricrea un’estate tipica degli anni Settanta che pur nella sua specificità storica rammenta a tutti la disordinata meraviglia d’ogni giovinezza. Anche qui è presente un’atmosfera tipicamente surreale, ma questa volta più pazza, cinetica, colorata: cinematografica si direbbe. Con sempre, a fare da basso continuo, il solito pungente spirito d’osservazione, seppure come disciolto in un’aura di distratta nonchalance.
L’esordio di “Bernardo di Basancourt” è esempio efficace dello stile constatatorio con cui l’autore sottolinea il livello d’indecenza del prossimo, senza barocche lamentele, ma con una sorta di annoiata stanchezza, che non riesce a nascondere del tutto la ferita inferta alla sua sensibilità. La preoccupazione per la salvaguardia della classe (quella del comportamento, non quella politica o sociale), che si rivela indispensabile soprattutto nelle peggiori avversità economiche ed esistenziali, s’accompagna nel protagonista del racconto a una distaccata spietatezza nella descrizione dei propri opposti, gli arricchiti cafoni ansiosi d’ogni apparenza, gli ottusi, gli aridi, i ‘senza cuore’. Pure in codesta costruzione narrativa vi sono gustosissime (e amare) rappresentazioni dell’umanità notturna che s’addensa in locali squallidi e disperati (i bellissimi “caffè duri a morire”), ma affascinanti nella poetica resa espressiva.
Gustavo”, l’ultimo racconto del volume di Rosselli, si direbbe una summa esistenziale dei precedenti, oltre che il più autobiografico, per fortuna non completamente. In esso tutti i pregi dell’autore si manifestano con la massima forza. La descrizione della Genova medioevale (non quella urbana, ma quella storica) è di una vivacità e di un’energia plastica ammirevoli: un affresco poetico e realistico dove è possibile avvertire appieno il pulsare della quotidianità di quei tempi gloriosi e passati. Anche le righe dedicate al disegno urbano del capoluogo ligure sono di singolare acume, e ricche di azzeccate osservazioni storico-sociali. Quando poi il narratore vagabonda durante le ore piccole nel ventre basso della città, ha occasione di coglierne le atmosfere insieme vitalistiche e melanconiche, descrivendone gli individui strani o comuni che vi si aggirano con tratti di sintetica ma penetrante concretezza. Memorabile, a questo proposito, il dipinto che l’autore fa dell’interno di un noto locale di Via Gramsci, con i suoi avventori consueti ma mai banali; esseri squallidi, ma mai macchiette: piuttosto uomini e donne veri, d’esperienza, di aspirazioni mancate, e di pena.
Da rilevare, infine, in Rosselli la particolare capacità di saper riassumere in nomi propri le peculiarità negative estetiche, caratteriali e morali di persone, luoghi e nazioni. I coniugi Piscionet sono gli arricchiti di recente nomina e Cialtronia è una nazione a noi purtroppo ben nota. La denominazione, quanto mai appropriata, è riferita naturalmente agli ultimi decenni del nostro Paese: non certamente al suo futuro, si spera già cominciato, e soprattutto alla sua millenaria storia.
Da raccomandare al lettore, tra gli improbabili volumi della misteriosa biblioteca del personaggio Gustavo, “Il castello posteriore di Santa Teresa di Gallura”. Una vera chicca.

(*) Aurelio Valesi, genovese, poeta e traduttore di numerose opere di famosi Autori francesi del XIX e XX secolo.



“LETTERE DI CORSA” 

di Alberto Rosselli 

Come è noto, i corsari erano quei comandanti (ufficiali regolari di marina o semplici pirati) che, sia in tempo di pace che in tempo di guerra, erano autorizzati dai rispettivi sovrani a svolgere operazioni “legalizzate”, ma sotto falsa bandiera, ai danni di imbarcazioni militari e soprattutto mercantili appartenenti a potenze concorrenti, nemiche e addirittura neutrali. Tale attività era da questi comandanti svolta in forza di lettere di corsa (o di marca): vere e proprie patenti che venivano rilasciate ai corsari impegnati in questa pericolosa ma lucrosa attività che, almeno nella sostanza, non differiva affatto da quella svolta dagli altri predoni degli Oceani. Nella sostanza, le lettere di marca erano una sorta di licenza che di volta in volta i re concedevano e che assicuravano notevoli vantaggi e protezioni ai corsari. Questi ultimi, tuttavia, al termine delle loro scorrerie, erano però costretti a versare buona parte del bottino nelle casse dei propri coronati protettori. Per la cronaca, nel XIII secolo furono i sovrani inglesi, e nella fattispecie Enrico III d'Inghilterra (1216-1272), ad emettere le prime lettere di marca e a dare il via ad una prassi che in seguito verrà imitata ed ampliata anche dai re e da alcune “città marinare” francesi. Nel 1581, dovendo incrementare le entrate dello stato, la regina Elisabetta I d’Inghilterra (1558-1603), diede un notevole slancio alla cosiddetta “guerra di corsa” e al conseguente rilascio di lettere di marca a diversi comandanti, primo fra cui Francis Drake (1540-1596): ufficiale abile, coraggioso, senza scrupoli e di conseguenza molto apprezzato dalla volitiva ed algida sovrana che arrivò ben presto a nominarlo cavaliere e ad appellarlo affettuosamente “il mio pirata”. Un amore, quello della sovrana, che ebbe modo di sbocciare soprattutto in virtù del fatto che Drake seppe assicurare alla corona non soltanto un bottino di oltre 200.000 sterline, ma anche il controllo della quasi totalità delle rotte battute dai galeoni dell’odiata Spagna. Un altro noto corsaro patentato fu Walter Raleigh (1552-1618) che, oltre a diventare uno degli uomini più ricchi e stimati d’Inghilterra, assicurò anch’egli al suo paese grandi fortune e vasti possedimenti d’oltre mare, sottraendoli al controllo iberico e francese, imitato da George Clifford e dal corsaro-esploratore Martin Frobisher. A partire dalla metà del XVII secolo, sia i corsari inglesi sia quelli francesi godettero di un sempre più esteso appoggio da parte dei rispettivi stati quasi sempre in lotta tra di loro o impegnati nell’azzannare le flotte mercantili spagnole che dal Nuovo Mondo recavano in quello Vecchio notevoli quantità di argento e oro. E fu proprio in questo periodo che la Francia, o meglio la Bretagna, iniziò a sfornare una nuova stirpe di grandi predatori. Nel 1695, dopo essere riuscito a catturare tre navi della Compagnia Inglese delle Indie Orientali, il corsaro francese Renè Duguay-Trouin (1673-1736) assurse agli onori della cronaca, venendo inviato a corte da Luigi XIV: riconoscimento più che meritato dal momento che, nel corso della sua ultraventennale carriera, Trouin riuscì a catturare 16 vascelli da guerra e qualcosa come 300 bastimenti da carico, accumulando per sé e per la corona un capitale a dire poco ingente. Nel XVII secolo, i francesi battezzarono Saint-Malo “prima città corsara d’Occidente”, poiché questo piccolo borgo, grazie proprio allo sviluppo dell’attività di corsa, era stato capace di trasformarsi in un attivo e ricchissimo porto, affollato di armatori, finanzieri, assicuratori, fornitori di bordo, mercanti e artigiani e da un vasto indotto. Va ricordato che, contrariamente a quanto si possa pensare, la pirateria francese vantava origini ben più antiche rispetto a quella inglese. Essa, infatti, era nata nel lontano IX secolo proprio in Bretagna quando i primi piccoli armatori locali, costretti ad allestire davi da guerra per difendere i propri vascelli da carico dai predoni scandinavi, di necessità impararono a fare virtù incominciando a dedicarsi anch’essi prima alla pirateria e poi alla guerra di corsa, soprattutto ai danni di navi inglesi e spagnole. Nel 1693, per cercare di eliminare questo pericoloso "nido di vespe" (così gli inglesi erano soliti chiamare la città di Saint-Malo), la flotta britannica arrivò addirittura a progettare la completa distruzione della città-corsara bretone, prima bombardandola per settimane e poi scagliando contro il suo approdo affollato di legni un “brulotto” di 26 metri con a bordo 100 tonnellate di polvere nera. Operazione che tuttavia fallì a causa del vento e delle correnti contrari, dando la possibilità al borgo marinaro di proseguire nella sua attività, sfornando nuovi, valenti predoni, come Jean Bart (1651-1702) e Robert Surcouf (1773-1827). Tra il XVI e il XVIII secolo, l’industria corsara di Saint-Malo – ampiamente sostenuta dalle locali istituzioni - divenne talmente redditizia da indurre perfino il vescovo della città a benedire la “course” e ad investirvi parecchio denaro. Senza considerare che lo stesso Luigi XIV incominciò ad avvalersi dei corsari bretoni - ai quali rilasciava a raffica regolari patenti di corsa - quali principali “principali finanziatori privati della politica internazionale e interna regia”. Per tutto il XVIII secolo, l’attività corsara, sia anglosassone che francese, conobbe un ampio sviluppo ed interessò praticamente tutti i mari del globo, fino a quando verso la metà del XIX secolo essa iniziò scemare anche in virtù di nuovi accordi stipulati tra le grandi potenze marittime dell’epoca (ossessionate dagli alti costi delle polizze assicurative) e ormai propense a sfidarsi nella conquista di nuovi mercati non più attraverso la pirateria “su commissione”, ma mediante una più conveniente e soprattutto meno onerosa spartizione dei possedimenti coloniali e delle zone di influenza commerciale.